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Željava oggi nessun ricordo soltanto macerie

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Uno dei più importanti impianti militari nell’ex Jugoslavia fu quello dell’aeroporto militare sotterraneo di Željava costruito nel ventre del monte Plješivica al confine fra Croazia e Bosnia-Erzgovina e facente parte delle Alpi Dinariche. Realizzato dall’aviazione dell’Apj (Armata popolare jugoslava) in grande segreto oggi risulta praticamente abbandonato. Nonostante questo, visitarlo è tutt’altro che facile. Già arrivare è un’impresa probante. Per chi parte da Fiume bisogna viaggiare lungo la costa fino a Segna e poi svoltare nell’entroterra verso il passo Vratnik e Otočac proseguendo fino a Korenica. Poi si devia verso i laghi di Plitivice e infine poco prima dell’entrata nel Parco nazionale l’ultima svolta, quella verso il Ličko Petrovo selo. È in questa frazione del tragitto che si possono notare gli effetti della guerra degli Anni ‘90 e cosa ha causato per questa regione il nuovo confine. Ancora oggi gran parte delle case di Ličko Petrovo selo sono abbandonate, pochissim i residenti. Il peggio arriva proseguendo verso Željava. Quasi costantemente oltre alle case distrutte e abbandonate, dove regna la natura, ci sono ogni tanto le insegne che avvertono dei campi minati esistenti “pericolo mine“. Interessante osservare lungo il tragitto presso le poche case ancora abitate una specie di ex Jugoslavia in piccolo: macchine e camion con targhe di Zagabria, Ragusa (Dubrovnik), le anonime bosniache e pure di Belgrado. Anche se non esiste nessuna insegna per raggiungere la base aerea arriviamo senza problemi all’entrata principale.

 

Vecchio Dakota e mine
Ci rendiamo conto di essere arrivati a destinazione quando ci troviamo di fronte ad un aereo del tipo Douglas C-47B Dakota “parcheggiato” in prossimità della strada. Sarebbe meglio se parlassimo del suo scheletro visto è stato depredato di tutto quello che si poteva rubare e magari tornare utile. Per facilitare la visita all’aereo qualcuno ha lasciato delle scale. Però, attenzione, subito nelle vicinanze dell’aereo c’è un campo minato. Poco dopo il nostro arrivo ecco arrivare la polizia di frontiera. Anche se abbiamo lasciato tutti i documenti necessari alla polizia di confine, considerato che siamo in visita a un impianto nella zona di confine, ci vengono a chiedere ulteriori lumi e a darci tutte le indicazioni del caso. Innanzitutto fare attenzione a non uscire dalla zona asfaltata, oppure di segnalare eventuali profughi in zona. E infine, quella non secondaria, di fare attenzione di non sconfinare in Bosnia-Erzegovina visto che i confini non sono segnalati in maniera adeguata e quelli indicati da varie mappe risultano non essere molto precisi. Dopo il breve colloquio entriamo nella base, giriamo subito a sinistra e andiamo diritti verso la base aerea e la parte dell’aeroporto. Dopo qualche chilometro nel bel mezzo della vegetazione, quasi convinti di andare in una direzione sbagliata, ecco che arriviamo ad un grande “piazzale”, ossia la zona centrale dove si univano tutte le piste principali e le entrate negli “hangar” all’interno della montagna. Appena qui ci si può fare un’idea della grandiosità di questo aeroporto e dell’intero complesso: enormi portoni d’ingresso e piste infinite, chilometriche. Anche se il tutto è stato fatto saltare in aria ancora nel 1992, oggi 25 anni dopo si presenta ancora in un buon stato in cui praticamente è solo la grande vegetazione l’indicatore principale del degrado e dell’abbandono.

Nelle budella del monte
Dopo una breve pausa ci dirigiamo verso l’ingresso numero 1. È quello più a ovest e più vicino al paesino di Željava ed è ostruito con dei “muri” di terra alti ben due metri per non far entrare dei mezzi a motore. Inizia così la vera avventura nelle lunghe enormi budella del monte e di questo aeroporto con le sue immense corsie con ogni tanto dei vani ai lati. Svariati gli usi: sale per la scuola, la cucina, vani per macchinari vari fino ai dormitori. Oggi in certi punti è molto difficile capire qual’era l’uso di ciascun vano a meno che non ci siano dei macchinari che hanno resistito nel tempo e grazie a loro fare delle ipotesi. C’è davvero di tutto. Ci sono tanti libri, appunti, istruzioni per vari aerei, pezzi per la cucina. C’è solo l’imbarazzo della scelta per chi magari, un collezionista, volesse portarsi a casa un oggetto da mettere in bacheca, basta solo cercare. E farlo qualche volta non è facile. Infatti le varie esplosioni hanno fatto sì che certi punti sono pieni di macerie e molto rovinati. Non bisogna dimenticare che all’interno non c’è energia elettrica e quindi l’impianto di illuminazione non funziona, si dipende dalle lampade portatili che abbiamo portato con noi. L’importante è che durino a lungo. Per visitare in dettaglio l’intero complesso sotterraneo servono almeno tre ore.
Tutto l’impianto è composto da quattro ingressi di cui tre porte sono state fatte saltare in aria mentre una, la numero 3, è tutt’ora chiusa. Questi corridoi principali sono collegati tra loro dagli “hangar” in cui venivano parcheggiati gli aerei. Molto interessante la parte centrale. Vi troviamo la zona, curiosamente a forma di una stella, in cui si tenevano le lezioni e si prendevano tutte le principali decisioni. Inoltre poco lontano c’è la zona comando, ma non al livello degli aerei ma molto in alto, nel bel mezzo della montagna collegata da un grande ascensore. Naturalmente l’ascensore oggi non esiste più.
Oggi all’interno si trovano poche cose. È rimasto solo qualche macchinario che era impossibile portare via. Tante carte che non interessano a nessuno, ma pure un vecchio camion bruciato senza targa. Anche se la polizia ci ha avvisato che potrebbero esserci degli orsi di tracce non ne abbiamo trovato, ma neppure quelle di altri animali. Anche se ormai da anni la vegetazione la fa da padrona dentro l’aria è abbastanza buona, solo in alcune posizioni diventa pesante, per il resto c’è tanta aerazione. In alcuni punti entra pure l’acqua.
Usciti non ci restava altro che guidare lungo le piste. Prima verso l’entrata 4 e il confine ben segnato con la Bosnia-Erzegovina, e poi lungo la pista principale, la numero 3, quasi infinita. Verso la fine ce n’è un’altra verso la destra, la pista 2, anche questa lunghissima che però non abbiamo potuto percorrere: è quasi completamente in Bosnia. Prendiamo invece quella di sinistra, la numero 1, che poi si collega all’altra lunga pista, la numero 4, che ci porta indietro verso la piazza centrale. Non possiamo passare lungo la pista numero 5 visto che si trova esclusivamente in territorio bosniaco. Lungo tutta la zona attorno le piste ci sono campi minati e i mezzi degli sminatori, e i campi fra quelli bonificati e altri che dovevano appena esserlo.
Dopo ben cinque ore finisce la visita all’ex aeroporto militare di Željava. Aeroporto dal glorioso passato, da un presente ignoto e da un futuro tutto da scoprire.

Storia e i numeri
Subito dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale si era cominciato a pianificare un aeroporto militare da realizzare in una zona centrale dell’ex Jugoslavia in modo da difendere bene il Paese e in maniera equidistante dai confini, ma tutto ciò pure in una zona remota. Ben presto si era arrivati alla decisione di costruirlo accanto e soprattutto dentro la montagna del Plješevica. La decisione finale è stata presa nel 1954. La costruzione andò avanti fino al 1968 quanto in tutta fretta, vista la Primavera cecoslovacca è stato messo in funzione. Poi negli anni ci sono stati dei cambiamenti e modernizzazioni. Comunque vi potevano avere dimora ben 58 aerei. I tunnel hanno una larghezza di ben 14 metri e sono alti tra gli 8 e i 10 metri, mentre nella zona centrale si arriva ai 12. I piani sono stati fatti per aerei del tipo MIG 21. Tutto insieme ci sono ben 3.500 metri di gallerie. In totale sono state fatte ben 56 porte e tutte a prova di bomba, anche atomica come nei progetti. La temperatura prevista all’intern o era di 18 gradi, oggi non si discosta molto dal progetto. Con l’ultima guerra e la posizione incerta dell’area il 16 maggio del 1992, alle 5.30 del mattino, ebbe inizio la distruzione di questo aeroporto, delle sue piste e dell’interno. In totale si pensa che siano state usate 50 tonnellate di esplosivo. Da qui sono partiti i più “famosi” attacchi verso la Croazia: il bombardamento sullo Sljeme del 16 giugno 1991, quello del governo croato verso i Banski dvori del 7 ottobre 1991, ma pure quello dei membri della commissione europea del 7 gennaio 1992. Finita la guerra la vicina città di Bihać voleva ristrutturarlo per il proprio aeroporto, ma ci sono stati troppi problemi vista la grande quantità di mine ancora presenti nella zona. È difficile a pensare a un progetto futuro per una location che potrebbe divenire un interessante polo attrattivo per storici e turisti: dopotutto oltre ad essere una costruzione imponente è stata teatro di fatti importanti. Chissà più in là....

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Pubblicato su Panorama il 15 settembre 2017.

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