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Il sogno di ogni atleta è di partecipare alla Olimpiadi. Un sogno che non viene mai meno e che pochi alla fine riescono a realizzare. Quest’estate si doveva svolgere le 23.esima edizione delle Olimpiadi, quella di Tokyo, dal 24 luglio al 9 agosto. Però per le note vicende sanitarie tutto è stato rinviato all’estate del 2021. Per tanti atleti che si erano qualificati per quest’edizione e per quelli che cercavano di agguantare la norma il sogno è sfumato, almeno per il momento. Nel corso degli anni sono stati tanti gli atleti della Dalmazia e in primo luogo di Spalato che hanno coronato il proprio sogno di partecipare ai Giochi. Sono storie di atleti famosi e di altri di sport minori di cui si sono magari perse presto le tracce. Sono diverse centinaia gli atleti spalatini, nati o in Dalmazia o affiliati a club dalmati al momento delle Olimpiadi, che hanno partecipato ai Giochi. Ecco le loro storie.

 

1960, Roma
Le Olimpiadi nel 1960 tornarono in Europa. Fu la volta della capitale italiana, Roma. Gli atleti dalmati furono molto più numerosi che a Melbourne, però arrivò soltanto una medaglia. E fu finalmente d’oro, visto che arrivò proprio nel calcio dopo diversi argenti. Per il resto valide presenze in diversi sport, ben sette.

Calciatori d’oro
La più grande soddisfazione arrivò dal torneo calcistico. Infatti dopo una serie d’argenti la nazionale della Jugoslavia, questa volta con quattro giocatori dalmati, s’impose sia pure con un pizzico di fortuna. Il torneo partì subito bene con la vittoria per 6-1 contro la Repubblica Araba Unita, seguita da un netto 4-0 contro la Turchia. Alla fine del girone preliminare un rocambolesco 3-3 con la Bulgaria, che però non riuscì a scalfire il primo posto in classifica. In semifinale la nazionale jugoslava giocò contro i padroni di casa, l’Italia. Dopo l’1-1 nei supplementari non erano previsti i rigori. La vittoria della Jugoslavia arrivò grazie al sorteggio! In finale, fuori da ogni pronostico, l’avversario da battere fu la Danimarca. La partita fu a senso unico e finì 3-1. Della rosa dei vincitori facevano parte quattro giocatori dell’Hajduk. Due di loro, Andrija Anković e Ante Žanetić, disputarono la finale. In panchina rimasero Zvonko Bego e Aleksandar Kozlina.

Andrija Anković, il goleador
Andrija Anković fu uno dei migliori marcatori nella storia dell’Hajduk, ma per i più rimane un mezzo sconosciuto. Anković nacque a Gabela vicino a Metković il 16 luglio 1937. Iniziò giovanissimo nelle file della locale Sloga di Gabela per poi trasferirsi nella vicina Neretva di Metković a soli 18 anni, nel 1955. Nel Neretva trascorse tre stagioni. Nell’estate del 1958 passò all’Hajduk. Indossò la maglia numero nove di centravanti degli spalatini per 326 volte segnando la bellezza di 250 reti.
Nella nazionale della Jugoslavia esordì il primo gennaio 1960 a Casablanca contro il Marocco. La sua ottava e ultima presenza la registrò ai Mondiali in Cile contro la Colombia il 7 giugno 1962. Una sola rete per la nazionale. Nonostante le poche presenze conseguì due importanti traguardi: la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960 e il quarto posto ai Mondiali in Cile nel 1962.
La rete che lo stesso Anković ricordava sempre come quella che gli stava più a cuore era quella segnata al leggendario portiere russo Lav Jascin in un’amichevole nel 1959, con un bel colpo di testa. Per un giovane al primo anno all’Hajduk era una rete importantissima. E non per niente in parecchi dissero che fu proprio quel gol che gli assicurò il futuro all’Hajduk.
Nella stagione 1964/65 dovette prestare il servizio militare e poi disputò ancora una stagione nell’Hajduk. Nell’estate del 1966 passò in Germania nelle file del F.C. Kaiserslautern dove rimase per tre stagioni e dove chiuse la carriera di calciatore.
Subito intraprese quella di allenatore presso il FC Landstuhl dove rimase una sola stagione. Ritornò poi in patria dove trovò lavoro come allenatore all’Omiš per un anno. Poi nell’estate del 1971 arrivò all’Hajduk che gli affidò in gestione la squadra dei pulcini. Durante i sette anni a Spalato arrivò alla fine ad allenare gli juniores. Poi divenne istruttore calcistico per la Federazione della regione dalmata. Morì a Spalato il 28 aprile 1980 a soli 43 anni, per un attacco cardiaco.
In suo onore, nella natia Gabela dal 1987, durante la sosta invernale, si svolge un torneo che porta il suo nome. Vi partecipano le “sue” squadre: GOŠK Gabela, Neretva Metković e Hajduk Spalato e in più una squadra invitata dagli organizzatori.

Un portiere diventato attaccante
Zvonko Bego, alla pari di Anković, è per i più un calciatore poco conosciuto, ma in fatto di reti si fece valere eccome. Fu un attaccante puro. Bego nacque a Spalato il 19 dicembre 1940. Fra tre fratelli fu quello che ebbe più successo. Iniziò a giocare subito all’Hajduk, come... portiere! La sua carriera tra i pali però durò ben poco. Ad allenarlo c’era una vera e propria leggenda spalatina: Luka Kaliterna. Ebbe buon fiuto nel vedere il giovanissimo Bego che palleggiava benissimo. Gli diede fiducia e lo mandò subito sull’altra sponda, in attacco! Ed ebbe ragione. Un posto tra gli seniores dell’Hajduk, Bego lo conquistò nel 1957 in una partita di coppa nazionale, dove andò a segno subito.
Per l’Hajduk giocò fino all’estate del 1967. In totale inanellò 375 partite e ben 173 reti.
Proprio nella sua ultima stagione, quella 1966/67 (non giocata per intero), arrivò l’unico trofeo, la coppa nazionale. Infatti la parte primaverile del campionato Bego non la disputò con la maglia dell’Hajduk, bensì tra le file del Bayern di Monaco di Baviera. Poi seguirono svariate squadre: l’olandese Twente, il Bayer di Leverkusen e l’Austria di Salisburgo prima di ritornare in patria nel 1971. Ma ormai non era più pronto per le partite di Prima lega, per cui i suoi ultimi incontri li disputò dapprima nello Junak di Sinj e poi nell’Uskok di Clissa (Klis).
Con la maglia della nazionale della Jugoslavia scese in campo sei volte e segnò due reti. L’esordio avvenne il 19 novembre 1961 contro l’Austria; la sua avventura in nazionale si concluse già dopo un mese, il 14 dicembre 1961 contro Israele.
Riuscì a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960, pur non disputando nemmeno una partita. E a queste Olimpiadi e a Bego è legato un aneddoto. Bego voleva vedere i Giochi e in primo luogo il torneo calcistico per cui, sicuro di non parteciparvi perché lontano dalla rosa della nazionale, aveva comprato un televisore, una rarità all’epoca. A sole due settimane dall’inizio dei Giochi arrivò l’insperato invito, con la successiva partenza per Roma. Morì a Krapinske Toplice il 13 agosto del 2018.

Ante Žanetić, onnipresente
Ante Žanetić fu un giocatore atipico, ottimo sia in difesa che in attacco. Ma quello che lo caratterizzava in primo luogo era la sua immensa energia, era instancabile per tutti i 90 minuti. Nato a Blatta (Blato) sulla isola di Curzola (Korčula) il 18 gennaio 1936, iniziò la carriera di calciatore nel 1952 nella file del locale Zmaj. Siccome era un giovane promettente e sull’isola le possibilità di fare strada, scarse ancor oggi, all’epoca erano quasi nulle, già nel 1953 si trasferì a Ragusa (Dubrovnik). Qui si fermò per due anni prima di venire nel 1955 nelle file dell’Hajduk. Nella squadra dei bianchi di Spalato rimase per sei anni. In totale registrò 254 presenze e 41 reti. Poi si trasferì in Belgio nel FC Brugge. Vi rimane ben poco, perché i dolori alla schiena divennero sempre più forti. Restò però a vivere in Belgio per poi trasferirsi, nel 1968, in Australia. Per tre mese allenò il Croatia di Sydney. Poi abbandonò definitivamente il mondo del calcio.
Nelle file della nazionale jugoslava giocò 15 partite segnando due reti. L’esordio avvenne a Hannover contro la Germania occidentale il 20 dicembre 1959. Nel 1960 vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma e l’argento agli Europei in Francia e poi abbandonò la nazionale. Partecipò all’unica partita della nazionale croata nel 1956 contro l’Indonesia.
Come sottolineato dallo stesso Žanetić, la più grande gioia della sua vita fu la firma del contratto con l’Hajduk, unita al fatto che di domenica che non doveva più tremare per il risultato degli spalatini, visto che era parte integrante della squadra.
Rimase sempre fedele all’Hajduk. Siccome giocò negli anni difficili della storia degli spalatini, anni senza successi di rilievo, le altre grandi squadre dell’ex Jugoslavia tentarono a più riprese di convincerlo a passare nelle loro file. Però il grande amore per l’Hajduk ebbe la meglio su tutto.

Aleksandar Kozlina, grande amore
Aleksandar Kozlina fu un vero beniamino dei tifosi dell’Hajduk. Centrocampista e centrale difensivo, fu anche nazionale jugoslavo. Nato a Skrad il 20 dicembre 1938, fu già da ragazzino un grande tifoso dell’Hajduk, come ribadì più volte lui stesso. Le vicissitudini della vita però lo portarono a Novi Sad dove fece i primi passi calcistici dapprima nel locale Vojvodina e poi nella seconda squadra cittadina, il Novi Sad.
Con l’amico Antun Nepilo si recò in seguito in visita a Spalato a dei familiari. L’amore verso l’Hajduk lo portò subito allo Stari plac dove si allenava la prima squadra. Vide l’allenamento in corso e l’allenatore. Chiese di partecipare pure lui all’allenamento. L’allenatore Ivo Radovniković gli rispose che l’allenamento degli juniores era già finito. Però il ragazzo gli disse: “Sono Aleksandar Kozlina, ho 18 anni, si ricordi il mio nome” e non si arrese. Tornato a Novi Sad si mise in luce tanto che squadre ben più blasonate cominciarono a contenderselo. Partizan e Crvena Zvezda lo volevano tra le loro file, però Kozlina non volle cambiare squadra. Poi in riva al Danubio arrivarono gli emissari dell’Hajduk. Kozlina non ci pensò su nemmeno un secondo e si trasferì subito a Spalato. Li incontrò di nuovo Ivo Radovniković che poco dopo quell’allenamento negato sentì di doversi riscattare e concedere spazio a quel giovane giocatore dall’ottimo dribbling. Correva il 1958. A Spalato Kozlina rimase per nove stagioni fino al 1967. In totale disputò tra le file dei dalmati 177 partite ufficiali, segnando 12 reti. Con l’Hajduk vinse pure una coppa nazionale, nella stagione 1966/67.
Nel 1967 si trasferì in Belgio. Nello Standard di Liegi rimase per sei stagioni. Poi si trasferì nella Germania occidentale dove giocò per il Victoria di Colonia, per il Tilleur e per il Borussia. In Germania ottenne pure il patentino di allenatore.
Fu tutt’altro che irrilevante la sua carriera in nazionale. Giocò soltanto nove partite però vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma. L’esordio avvenne il primo gennaio 1960, mentre l’ultima partita disputata fu quella del 7 dicembre 1961 contro l’Indonesia. Conclusa la carriera di calciatore, cercò di farsi strada come allenatore a Novi Sad, ma senza troppa fortuna.

Rematori, modesti i risultati ottenuti
Alle Olimpiadi fu notevole, come sempre, la presenza dei dalmati nel canottaggio. Parteciparono ai Giochi Perica Vlašić, Jože Lovec, Janez Pintar, Vladimir Nekora, Vjekoslav Skalak, Igor Radin, Nikola Stipaničev, Adolf Potokar e Ante Vrčić.
Perica Vlašić fece ritorno di nuovo alle Olimpiadi però questa volta nel due di coppia. Remò con Joža Lovec (nato a Maribor, ma membro del Mornar da anni). Finirono all’11.esimo posto.
Nel quattro con remarono Janez Pintar, Vladimir Nekora, Vjekoslav Skalak e Adolf Potokar con il timoniere Nikola Stipaničev. Per loro, tutti rematori del Mornar di Spalato, le Olimpiadi partirono subito in sordina con un quarto posto nelle batterie. Nei recuperi finirono terzi nella propria serie e furono eliminati. Interessante notare che l’unico dalmata era Nikola Stipaničev, nato a Tribunj. Per il resto erano tutti rematori arrivati a Spalato da altre regioni, in quanto Pintar era nato a Lubiana, Nekora a Gornje Toplice in Serbia, Skalak a Filipovac peresso Pakrac e Potokar a Lubiana. Pure la riserva, Igor Radin era di Novi Sad.
Infine Ante Vrčić, nato a Sebenico, gareggiò nel due con, insieme a Paško Škarica e al timoniere Josip Bujas. Finirono quarti nelle batterie e nei recuperi furono secondi nella terza serie. Cresciuto nel Krka di Sebenico, Ante Vrčić si trasferì poi al Mornar di Spalato.

Deludenti i pallanotisti
La nazionale di pallanuoto, reduce dall’argento di Melbourne, nutriva grandi speranze pure a Roma. Nel girone della prima fase inanellò facili vittorie contro Paesi Bassi, Sudafrica e Australia. Nella seconda fase seguirono altre due vittorie, contro gli Stati Uniti e la forte Ungheria. La squadra arrivò così al girone finale, quello dove erano in ballo le medaglie, forte della vittoria contro l’Ungheria. Però fu dapprima sconfitta dall’Italia (1-2) e poi dall’Unione Sovietica (3-4). Finì ultima, anche se a pari punti con l’Ungheria, a causa della differenza reti: mise a segno infatti una rete in meno degli ungheresi.
A far parte della nazionale furono: Ivica Cipci (spalatino, giocatore della Jadran), Antun Nardelli (spalatino della Jadran), Gojko Arneri (di Požarevac, membro del KPK di Curzola) e Hrvoje Kačić (di Ragusa/Dubrovnik, giocatore dello Jug)
Tre i nuotatori in vasca a Roma. Il più famoso fu Veljko Rogošić di Castel Vitturi (Kaštel Lukšić). Nell’Urbe partecipò ai 400m stile libero, ai 1.500m stile libero, ai 200 delfino, ai 4x100m misti e ai 4x200m stile libero. Però in tutte le gare uscì già nelle eliminatorie. Poi troviamo Lovro Radonić di Curzola che gareggiò nei 200m delfino dove si piazzò al 32.esimo posto. Infine Milan Jeger di Sarajevo che a Roma gareggiò come membro del Mornar. Nuotò nei 400m misti e nella 4x200m stile libero. In entrambe le competizioni uscì di scena subito nelle eliminatorie.
Nell’atletica da registrare la presenza di Đani Kovač. Nato a Frimantell in Australia gareggiò a Roma nel periodo in cui era tesserato dell’ASK di Spalato: nei 4x400m fu eliminato nelle semifinali.
Nella vela troviamo Ante Pivčević di Ragusa/Dubrovnik. Gareggiò nella classe finn dove si piazzò al decimo posto. Nel corso della sua lunga carriera fu tesserato delle squadre spalatine del Mornar, del Labud e dello Split.

Antonio Calebotta e la Virtus
Infine da non dimenticare il cestista Antonio Calebotta. La sua storia è molto simile a quella di Romeo Romanutti. Nato a Spalato il 30 giugno del 1930, figlio di un noto diplomatico, giocò quasi esclusivamente in Italia, nella Virtus di Bologna, tra le cui file militò per ben 15 anni. Una carriera lunga da seniores, dal 1953 al 1968. Vinse due scudetti, quelli delle stagioni 1954/55 e 1955/ 56. Entrò nella storia per aver segnato ben 59 punti in una partita del 1956. Nel carnet di Romanutti, centro ovvero pivot, alto 204cm, troviamo in totale 64 presenze nella nazionale italiana con 412 punti messi a segno. Partecipò alle Olimpiadi del 1960 quando l’Italia perse la finale per il terzo posto. Morì il 23 febbraio del 2002 a Bentivoglio in provincia di Bologna. (5 e continua)

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Pubblicato sull'inserto Inpiù Dalmazia del La voce del popolo il 5 dicembre 2020.

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