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Dicono che più in alto si vada ci sia meno ossigeno. È una realtà più volte constatata, ma come agisce l’organismo. Non tutte le persone reagiscono alla stessa maniera e le reazioni a certe altezze sono molteplici: c’è chi può rimanere in condizioni di rarefazione solo per un breve periodo, altri riescono a resistere più a lungo. Ad esempio l’8 maggio di 40 anni fa Reinhold Messner e Peter Habeler raggiunsero la cima dell’Everest a 8.850 metri senza l’ausilio di bombole di ossigeno. Anche questo esempio estremo dimostra che si tratta di un fattore del tutto individuale. Come scoprirlo? Si possono visitare delle cime e arrivarci con delle gondole o funivie.
Una cosa è sicura, sopra i 2.500 metri di quota un leggero e breve mal di testa è possibile, però se lo stato persiste l’altezza di montagna e la conseguente rarefazione d’ossigeno non fanno per voi. Però salendo con delle funivie la visita è di breve durata, ma come ci si sente a rimanere più a lungo o magari fare delle gite a queste quote? Le cose cambiano. Uno dei punti ideali per testare il nostro organismo sono le Tre cime di Lavaredo. Il “trittico” delle Dolomiti offre un percorso superiore ai 10 chilometri a ben 2.400 metri di quota, quasi costante con leggeri dislivelli.

LONGARONE E CORTINA
Come arrivarci? La strada per chi parte da Fiume porta via Trieste a Portogruaro. Continuiamo per Pordenone, Conegliano, Vittorio Veneto e passiamo accanto a Belluno. Procediamo fino alla fine dell’autostrada A 27 e poco dopo passiamo per Longarone. La cittadina entrò tristemente nella storia italiana il 9 ottobre del 1963: nei pressi dell’abitato da anni esisteva la diga del lago artificiale del Vajont e dell’omonima tragedia che spazzò via i paesini di Erto e Casso e in buona pure la stessa Longarone. Ci furono quasi 2.000 morti. Oggi Longarone si presenta come il classico paesino di montagna orientato in primo luogo al turismo di montagna e alla bellezza delle Dolomiti.
Andiamo avanti e superiamo svariati paesini che formano il territorio storico del Cadore. Alla fine, ormai vicini alla nostra meta, eccoci ad uno dei più famosi centri turistici d’Italia, soprattutto d’inverno: Cortina d’Ampezzo. Sede dei Giochi olimpici invernali del 1956, definita la “Regina delle Dolomiti” e rifugio di quel che resta del jet-set italiano durante Capodanno oggi è tutta rivolta al turismo anche d’estate. Fa un po’ impressione vederla così tutta verde, con piste e funivie tutto intorno pronte per la prima neve. Passiamo sotto il grande ponte con l’insegna Cortina e i classici quattro cerchi olimpici e iniziamo a salire. La strada passa attraverso il bosco e sentieri ripidi. Attraversiamo il paesino di Misurina e l’omonimo lago per arrivare al punto d’entrata alle Tre cime. È la volta di estrarre il portafogli per pagare l’ingresso. Il numero dei mezzi che possono salire fino al rifugio posto alle cime della salita è limitato, bisogna quindi arrivare in tempo. In caso contrario c’è sempre la possibilità per salire con una corriera che parte da Cortina.

LOCATELLI, UN’ISTITUZIONE
Qualche chilometro e arriviamo fino alla nostra meta. Le Tre cime di Lavaredo si vedono benissimo e tutto intorno tante altre cime. Sono le Dolomiti e se si ha fortuna di avere una situazione meteo di cielo terso, il panorama si presenta fantastico, da godere con la massima tranquilità. Quasi non ci si rende contro però che il parcheggio e il rifugio di Auronzo si trovano a ben 2.320 metri di quota. Quota importante. Dal rifugio adibito anche a ristorante partono diversi percorsi. Quello preferito quasi da tutti è di andare in senso antiorario attorno al massiccio. A facilitare gli alpinisti è il fatto che il percorso è molto piatto.
Partiamo, e ben presto arriviamo alla Capella degli Alpini. Ci si può fermare e scendere poco più sotto fino a due monumenti posti in un luogo panoramico fantastico, in ricordo di tutti i caduti nelle battaglie combattute in queste parti. Siamo incantati da un enorme monumento: un angelo con la spada. Raggiungerlo magari non sempre è facile. Infatti durante il nostro passaggio la zona era ben “protetta” da tante mucche curiose di sapere cosa facessero delle persone sul loro pascolo.
Goduto il bellissimo panorama torniamo di nuovo sul sentiero e andiamo avanti fino al seguente punto di ristoro. Si tratta del rifugio Lavaredo. Una volta raggiunto ci fermiamo e, trascorso il periodo di riposo, ci vengono offerte due possibilità per proseguire: o affrontare il percorso largo con leggeri saliscendi, oppure prendere il sentiero nella montagna, più lineare ma più pericoloso e stretto camminando sullo sterrato chiamato Forcella Lavaredo (è il punto più elevato dell’intera escursione). Comunque dopo appena due chilometri eccoci al rifugio Locatelli. È il rifugio più famoso del Parco Naturale Tre Cime ed è situato a 2.438 metri. È quasi un piccolo hotel perché consente di dare ospitalità fino a 140 persone. Dalla grande terrazza panoramica si gode una meravigliosa vista sulle Tre Cime di Lavaredo e il Monte Paterno. Il Locatelli, come lo chiamano, è una fermata obbligatoria, come ci raccontano, qui il riposo si allunga. Il rifugio è situato dalla parte opposta da dove siamo partiti, a circa metà strada della camminata. Il Locatelli si presenta caotico, pieno di persone: ci dicono sia così a tutte le ore. Al contrario del rifugio Auronzo è aperto solo d’estate e poco più. Infatti con la prima nevicata chiude visto che il rifornimento con la neve dappertutto in effetti diventa molto proibitivo.
Pur non rendendoci conto abbiamo lasciato alle spalle quasi sei chilometri, tutti a una quota superiore ai 2.400 metri s.l.m.. Non ci resta altro che tornare indietro fino al rifugio Auronzo. Il meteo non si presenta buono: a queste quote i cambiamenti del tempo sono repentini. Con tante nuvole minacciose e possibilità di pioggia decisamente conviene fare la strada che si è fatta per arrivare fino a qui. Il percorso è ben battuto, strada larga e capace di reggere pure le forti piogge. Al contrario andare avanti e fare il giro attorno alla Cime presenta il classico sentiero di montagna, stretto e da fare in colonna “uno per uno” per gran parte attraversando Malga Langa.
Si ritorna fino al rifugio Auronzo dove finisce una splendida avventura in montagna. Un percorso decisamente non impegnativo e adatto a tutte le età. Non è raro vedere pure tanti “Fido” che lo fanno con i loro proprietari. Però forse quello che può sembrare strano è la quasi assenza di qualsiasi animale. Pur essendo decisamente in quota magari d’estate ci si aspettava di vedere qualche animale di montagna (marmotta, gracchio alpino, corvo imperiale, camoscio, volpe rossa). Oltre alle mucche abbiamo visto tante aquile che volteggiavano sui turisti. Comunque per completare tutto il percorso bisogna avere una buona condizione atletica. Non serve una “grande” resistenza fisica però bisogna rendersi conto che il giro delle Tre cime richiede una camminata di ben dieci chilometri. E per farlo servono in media quattro ore: poi tutto dipende dal ritmo, dall’adeguamento alla rarefazione d’ossigeno e dal periodo di riposo nei vari punti.

LAGO DI MISURINA la LEGGENDA DI SORAPISS
Attorno a questo lago gira una leggenda che narra la storia di Misurina, figlia unica del re Sorapiss. Era una bambina viziata, molto capricciosa e dispettosa, ma era anche molto graziosa. Per Sorapiss, rimasto vedovo, era l’unica ragione di vita. Il re giustificava il comportamento della figliola dando la colpa di tutto alla sofferenza che la piccola provava per la mancanza della figura materna. Al compimento dell’ottavo anno di età, la bambina venne a conoscenza dell’esistenza di una fata che viveva sul Monte Cristallo e che possedeva uno specchio magico con il potere di leggere i pensieri di chiunque vi si specchiasse. Misurina supplicò lungamente il padre affinché le procurasse lo specchio. Sorapiss cedette e l’accompagnò. La fata resistette a lungo, perché non voleva accontentare quella bimba capricciosa. Però di fronte alle lacrime di Misurina finì per cedere ponendo però una condizione, sperando che re e figlia rinunciassero. La fata possedeva un bellissimo giardino ricco di fiori stupendi sul Monte Cristallo: l’eccesso di sole li appassiva prematuramente. In cambio dello specchio chiese che Sorapiss accettasse di essere trasformato in una montagna che proteggesse con la propria ombra il giardino della fata. Il re acconsentì.Quando Misurina ricevette lo specchio e venne informata del patto, ma mentre lo contemplava, Sorapiss cominciò a trasformarsi, gonfiandosi e cambiando colore: i capelli divennero alberi e le rughe crepacci.Misurina si accorse improvvisamente di trovarsi in alto, sulla montagna che era stata suo padre. Rivolgendo lo sguardo in basso, venne colta da un capogiro e precipitò nel vuoto. Il re nei suoi ultimi istanti di vita, dovette così assistere impotente alla tragica morte della figlia. Dai suoi occhi sgorgarono così tante lacrime da formare due ruscelli, i quali si raccolsero a valle formando un immenso lago.
Oggi turisticamente parlando è un luogo dove fermarsi per una passeggiata ammirando sull’acqua il riflesso delle montagne che lo circondano. Peccato non ci sia più la stazione ferroviaria e il treno che per decenni passava da queste parti collegando i paesini delle Dolomiti. Con la magia di Misurina finisce la nostra avventura sulle montagne delle Dolomiti. Un’avventura in quota non impegnativa in cui si può godere di panorami fantastici, aria incontaminata e con il solo “rumore” degli alpinisti. Da tornarci...

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Pubblicato su Panorama il 31 ottobre 2018.

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Volete provare l’ebbrezza di superare i 3.000 metri di quota e non fare eccessiva fatica? Una soluzione c’è e non è tanto lontana. Si trova sulle Dolomiti ed è la Marmolada, teatro di una delle battaglie più atroci della grande guerra... Per arrivarci bisogna fare, però, qualche chilometro di strada, non troppi. Per chi parte da Fiume, si passa per Trieste fino a Portogruaro in autostrada, poi via Pordenone e Vittorio Veneto si arriva nella caotica Belluno. Passata questa città si iniziano a percorrere strade statali e di conseguenza più lente, via Agordo e Alleghe, e si arriva fino a Sottoguda e poi a Malga Ciapela.
Prima di affrontare la montagna conviene fare una sosta nel paesino di Sottoguda. È un classico luogo montano. Chiuso tra le grandi montagne, e come lo dice il nome, si trova sotto il monte Guda. Quello che lo rende particolare sono due cose. La prima che si nota subito sono i tanti negozi di ferramenta. Si tratta però di oggetti in ferro del tutto particolari, delle vere e proprie opere d’arte. Si possono trovare così farfalle, aquile, lumache e tanti altri animali. Il tutto è esposto in strada o sulle case di negozi e non. L’altra particolarità è che ci sono tanti manichini con addosso gli abiti tipici del villaggio, ovviamente domina il “montanaro style”...
Attraversato tutto il paesino si arriva all’entrata di un vero e proprio capolavoro di madre natura. Si tratta dei Serrai di Sottoguda, un vero e proprio canyon con pareti a picco alte centinaia di metri con spazio ridotto tra l’una e l’altra. È percorso per intero dal torrente Pettorina che forma diverse cascate e ripide. Per passare i Serrai ci vogliono almeno 30 minuti. È un percorso di circa due chilometri durante i quali si possono ammirare pure la statua della Madonna dei Serrai situata in una grotta naturale, la chiesetta di Sant’ Antonio e tante cascate. Attraversando a passo lento questa zona quasi non ci si rende contro che alla fine si è fatta una salita di alcune centinaia di metri. Per chi ha più fretta o magari non se la sente di camminare tanto c’è un trenino che collega Sottoguda con Malga Ciapela.
Alla fine della salita eccoci al villaggio di Malga Ciapela, l’ingresso della Marmolada. Parte da qui, infatti, una delle tante funivie dirette alle cime di questo gruppo montuoso. Il palazzo della funivia si trova a una quota di 1.450 metri (altezza notevole per chi non è abituato alla rarefazione d’ossigeno), per capirci meglio poco più in alto della cima del nostro Monte Maggiore. Inizia da qui la vera avventura sulle montagne. Per arrivare sopra i 3.300 metri bisogna però prendere ben tre funivie. La prima, infatti, ci porterà in appena sei minuti a quota di 2.350 metri di quota. Si tratta della stazione intermediaria di
Coston d’Antermoja. È proprio di passaggio perché oltre al magnifico panorama non offre nulla di più. Proseguiamo subito avanti, verso la prossima tappa/funivia. Questa in ulteriori sei minuti ci porterà quasi in cima. Infatti si arriva fino alla stazione di Serauta situata a 2.950 metri di quota. È qui che si può trovare di tutto però la lasciamo per dopo e proseguiamo fino alla fine. L’ultima funivia ci porta così fino a Punta Rocca, a 3.265 metri sopra il livello del mare. La stazione infatti si trova proprio di fronte a Punta Penia, la vetta più alta delle Dolomiti, posta a 3.342 m.
Arrivare a queste quote può creare problemi e scompensi anche gravi. Ogni organismo reagisce diversamente alla rarefazione d’ossigeno e non per niente tutti i passeggeri ne vengono informati: un mal di testa o dei giramenti limitati sono possibili. Se proprio il tutto è forte o/e accompagnato da vomito, la persona viene subito riportata alla stazione precedente posta più in basso. Per cui, arrivati in cima, conviene procedere a ritmo lento, anzi lentissimo, per salire le scale che portano al tetto. Si tratta di un tetto panoramico dove, nuvole permettendo, si possono ammirare le Dolomiti e le tante cime. Un panorama fantastico in tutte le direzioni. Il paesino di partenza, Malga Ciapela, non è visibile però si può notare quello di Fedaia con il suo grande lago artificiale. Dopo un po’ di tempo, quando il corpo ha fatto pace con l’organismo, è possibile fare una passeggiata nei dintorni. Il tutto sempre a ritmo molto lento e facendo pure in seconda, ma non meno importante, battuta attenzione al ghiaccio. Si arriva così a una cima vicina per godere di un panorama più ampio e lontano dal palazzo della funivia. Se non si vuole fare una scalata più seria e lunga dopo poco si può tornare indietro fino a Serauta, sempre mediante funivia. Anche se ci troviamo ad una quota importante alla fine dell’estate qui la neve è quasi del tutto assente. Ce n’è ben poca. Anche se all’inizio di settembre, come turisti, passiamo letteralmente tutte e quattro le stagioni in una volta sola le temperature arrivavano fino ai 10 gradi sopra lo zero. A Punta Rocca si trova anche la Grotta della Madonna: una caverna simile a quelle che i soldati scavarono negli anni 1916-1917 per ripararsi dalle intemperie e dal nemico. La grotta-cappella, simbolo di pace, ospita la statua della Madonna donata e consacrata da Giovanni Paolo II in occasione della sua visita sulla Marmolada il 26 agosto 1979.

GRANDE GUERRA
Scesi a Serauta si vede che è un posto ricco di contenuti e per tutti il punto di riferimento è il ristorante. Difficilmente si può trovare così vicino un altro punto di ristoro o riposo dopo le fatiche a queste quote così importanti. Anche se risulterebbe più interessante una visita al museo. Sì forse non tutti si aspettano in questa zona un’istituzione simile, però non è fuori luogo. Infatti su queste montagne nel corso della Grande Guerra si sono svolte delle grandi battaglie tra Italia e Austria, ma non solo.
Le operazioni belliche sulla Marmolada possono distinguersi in tre fasi temporali: dal 24 maggio 1915 alla primavera 1916, dal marzo 1916 al febbraio 1917 e dal febbraio al 4 novembre 1917. Altissimo fu il numero di vittime. Proprio alle battaglie di alta quota e alla Prima Guerra Mondiale è dedicato il museo, che inoltre è il museo situato più in alto in Europa. Due piani più in basso rispetto al ristorante e la zona della funivia, si possono vedere i resti delle battaglie. Tanti i cimeli rimasti che illustrano quei giorni di duri scontri e quali erano le armi utilizzate. Sono esposti varie uniformi, cappotti, mezzi utilizzati per creare le trincee, i campi base, mezzi per la cucina da campo, fucili di tutte le specie, maschere antigas, sci e tanto altro. Da osservare con calma e alla fine soffermarsi e riflettere specie dopo il il filmino d’epoca, ripreso proprio su queste montagne.
Finita la visita al museo, conviene uscire e fare una passeggiata. Subito fuori dal palazzo troviamo un cannone e il monumento dedicato ai caduti. Scendendo ancora troviamo segni di quanto aspre furono le battaglie. Nella montagna vicina ci sono trincee con tanto di grotte e bunker. Oggi sono protetti e resi visitabili in buona parte ai turisti. Per quelli più preparati si può arrivare pure in cima. Anche qui troviamo lapidi e resti militari. E poi per gli appassionati di fatti militari e non, è un importante momento di storia, da rivivere e “toccare con mano” .
Ora non ci rimane altro che tornare fino a Malga Ciapela e lasciare queste stupende montagne e un panorama che ci rimarrà scolpito per sempre nella mente.

LAGO E DIGA
Ma la gita non deve per forza finire così. Infatti da Serrauta e da Punta Rocca si vede benissimo il grande lago di Fedaia. Ci si arriva in pochi minuti da Malga Ciapela. I due paesini sembrano vicini, ma poi in fatto di chilometri è del tutto diverso. Infatti bisogna “guadagnare” ben 600 metri di quota e passare una lunga serie di tornanti. Però conviene. Arrivati a livello del lago, posto a poco più di 2.000 metri di quota, si ha modo di osservare un altro panorama eccezionale: natura incontaminata e per di più il tutto incastonato fra le montagne. Prima si passa un lago più piccolo, poi si arriva a quello più grande. Si nota ben presto che si tratta di un sistema idrico artificiale. Arrivando si supera la diga di “terra” chiamata Controdiga di Maria al Lago e poi un paio di chilometri più avanti, passando per delle gallerie semi-aperte, si arriva al paesino di Fedaia dove c’è la vera diga grande. Il paesino in qualche modo è diviso in due frazioni e collegato dalla diga che è percorribile in macchina. La diga occidentale è lunga ben 622 metri, alta 57 metri e spessa alla base 42 metri. Oltre a formare il lago questa diga dal 1956 è pure una centrale idroelettrica. Visto che il lago è lungo circa due chilometri è molto più semplice percorrerlo a terra a piedi, o magari in bicicletta, ma sempre lentamente in modo da godersi le montagne che lo circondano, dal sud la Marmolada e dal nord il massiccio della Mesola. E poi in seguito la Val de Ciampié che è la continuazione delle diga. Gli amanti del cinema riconosceranno queste zone, infatti sono state filmate qui alcune delle scene più spettacolari del film d’azione “The Italian Job” del 2003.

Regina delle Dolomiti
La Marmolada detta pure la Regina delle Dolomiti si trova tra le provincie di Belluno e Trento. La più alta cima delle Dolomiti con la quota massima posta a 3.343 metri sopra il livello del mare è Punta Penia. Durante la Grande guerra la Marmolada segnò un tratto del fronte italo-austriaco, e la montagna fu teatro di scontri, come confermano le postazioni ancora visibili sui versanti est e nord. Gli austriaci per difendersi scavarono addirittura un labirinto di gallerie all’interno del ghiacciaio chiamate “La città di ghiaccio”, ora scomparse a causa del naturale movimento della calotta verso valle. Oggi la Marmolada è meta di sciatori e alpinisti, e le località circostanti come Canazei e Malga Ciapela sono dei rinomati centri turistici attivi tutto l’anno. Quest’anno la cima era raggiungibile con una serie di funivie, che possono trasportare 70 persone, dalla fine di giugno fino a metà settembre. La stagione invernale sarà aperta dall’inizio di dicembre fino alla fine di aprile meteo permettendo, lasciando così ai sciatori la possibilità di godersi le interminabili piste che scendono in tutte le direzioni.

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Pubblicato su Panorama il 30 settembre 2018.

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La neve d’estate? Di sicuro non è il primo pensiero che vi viene in mente. Mare, spiagge.... questo sì. Vederla, viverla e sentirla in estate, la neve, è particolare (nonostante questo meteo pazzo dal quale ci si può aspettare tutto e di più). E poi dalle nostre parti è un’impresa molto difficile, se non impossibile. Per rinfrescarci dal caldo estivo un capatina nel Gorski Kotar è quanto di meglio ci possa essere, magari nelle zone interne della Slovenia... Lì il termometro cala già di diversi gradi, almeno 5-10 in meno rispetto alla costa. Però per avvicinarsi ancor più allo zero e trovare quel soffice manto bianco dobbiamo fare i bagagli e puntare a un bel viaggio in Italia oppure in Austria. In entrambi i casi può accadere di vivere tutte e quattro le stagioni dell’anno nell’arco di qualche centinaio di chilometri.

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Quando si cita la laguna di Venezia inevitabilmente il pensiero va direttamente alla Serenissima. ai suoi innumerevoli canali e ponti (un arcipelago di 118 isolette intersecate da 150 canali e collegate fra loro da più di 400 ponti) . È uno dei centri turistici più importanti in Italia e non solo, come dimostra l’Healthy Travel and Healthy Destinations che nel suo rapporto segnala come sia la città del mondo – fra le 9 regine del turismo mondiale analizzate – che più di tutte soffrono del fenomeno dell’overtourism o “sovraffollamento turistico”, con 73,8 turisti per abitante fra centro storico e terraferma. Così per evitare giapponesi & Co. resta la Laguna che per molti è più affascinante della città a cui fa capo. Ci sono tantissime isole alcune più grandi. Non tutte sono abitate, mentre altre hanno dei ruoli ben determinate, come l’isola di San Michele che è un isola-cimitero.

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Il nome della cittadina di Hallstatt e la sua miniera di sale magari ai più non dice nulla, ma se si si che si tratta di una cittadina nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO e della miniera di sale più vecchia al mondo il tutto cambia. Arrivare a Hallstatt non è semplice. Per chi parte da Fiume si passa attraverso Lubiana, Villach e si procede lungo l’autostrada quasi fino a Salisburgo. Poco prima bisogna prendere una delle uscite. Ci sono diverse e tutte poi lungo strade secondarie e lente portano fino alla regione di Hallstatt. Dopo circa 30 chilometri cominciamo a costeggiare il lago di Hallstatt per poi passare una serie di tunnel e arrivare dritti nel pieno centro di Hallstatt. Il viaggio da Fiume dura almeno cinque ore, ma visto il traffico può potrarsi a più di sei ore per i quasi 400 chilometri. Comunque quando uscite dall’ultimo tunnel davanti a voi si presenta uno scenario tipicamente bavarese anche se siamo in Austria. Infatti usciamo in riva al lago quasi in pieno centro. Tutto attorno a voi tanto verde a delle alte montagne, quasi sempre innevate.

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Scandinavia, Norvegia. Sinonimi di posti freddi e poco ospitali, da evitare a meno di non essere proprio amanti del freddo. Ma è veramente così? Sì per chi non c’è mai stato, però basta una permanenza di pochi giorni per cambiare idea. L’autore di queste righe è stato in Norvegia alla fine dell’estate la stagione più calda, e dunque ideale. Difficile da dirsi. Infatti, se ci andate anche in questo periodo, non aspettatevi di trovare il freddo, ma neanche il caldo. Dovete invece essere pronti a vivere quotidianamente tutte le quattro le stagioni: infatti rischiate di trovarvi a quasi 30 gradi ma pure di finire, a qualche chilometro di distanza, a temperature prossime allo zero.
La Norvegia è, alla lettera, divisa in tutto e per tutto in due. Il nord, verso il circolo polare è decisamente poco ospitale, con una natura incontaminata però fredda anche d’estate. E poi c’è la parte sud, quella dei fiordi, delle innumerevoli cascate e dei paesaggi non meno affascinanti, caratterizzati da tanto verde da conquistare chiunque, dai “turisti per caso” a quelli venuti qui per un voluto relax. Ed è in questo sud, nel triangolo racchiuso dalle città di Oslo Molde e Bergen che si snoda questo reportage.

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Quando uno pensa di fare una visita turistica alla Francia, di sicuro il suo primo pensiero va alla sua capitale, scelta obbligata si direbbe. Nella sua immensità ci si può immergere per giorni e giorni. Se invece uno è più legato al mare, non si deve perdere la Costa Azzurra: per male che vada, almeno il bel tempo non gli mancherà. Altra alternativa valida è la Corsica, quell’isola “incastrata” tra Genova e la Sardegna di cui si sente spesso parlare ma che rimane comunque sempre un po’ misteriosa. Però la Francia è piuttosto estesa. Cosa può offrire al turista “il resto” di questo Paese? Molto, e per tutti i gusti. Vediamo un po’ che cosa ci ha offerto il “tour” che grossomodo ha seguito i suoi bordi partendo dal nord est per arrivare alle Alpi e al San Bernardo.

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Quando si parla di turismo, la Germania decisamente non è una delle mete che vengono per prime alla mente. È un Paese che, pur offrendo tante bellezze, del turismo non ha fatto la sua attività primaria. Ridotta in macerie dalla guerra, al giorno d’oggi non ha molto da esibire del proprio passato. Anche se oggi l’ignaro turista può ammirare non pochi palazzi ed altre “testimoninze del Medioevo”, tipo quelle che campeggiano a Norimberga, molto spesso ammira solo le loro fedeli copie.
Nella nostra visita a questo grande Paese ci siamo diretti al suo estremo nord, nella parte affacciata al Mar Baltico, solo di recente valorizzata nell’aspetto turistico e “offerta” a quei visitatori che cercano qualcosa di speciale, fuori dalla norma. Questa zona da sempre è stata orientata al mare, da una parte al mare del Nord e dall’altro a quel grande lago che in realtà è il mar Baltico. Negli anni il commercio e il trasporto sono diventati sempre più importanti e questa è stata la sua fortuna. Il momento d’oro è venuto alla fine del Medio evo, quando è stata creata la Lega anseatica, quasi una specie di predecessore della Comunità economica europea, legata all’area del mar Baltico ma nel contempo proiettata su gran parte dell’Europa settentrionale. Anche se ormai non esiste più, oggi parecchie città si vantano di esserne stati membri. Tra questi ci sono pure quelle che abbiamo visitato.

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La sera il turista esce dall’albergo. Guarda il cielo che si fa sempre più nero: pioverà di nuovo. Pochi passi dopo, ecco le prime gocce, che pian piano diventano sempre più insistenti. Apre l’ombrello, affretta il passo e passa poco dopo presso un campo di tennis illuminato a giorno restando sorpreso nel vedere diverse persone che giocano sotto la pioggia. Poco più avanti, attratto dalla classica musica nazionale entra in un bar. Si guarda attorno ma non vede dove posare il proprio ombrello. Nota però che buona parte degli avventori lo fissa. D’istinto chiede dove deporre l’oggetto. Non ottiene risposta, però la gente continua a guardarlo. Del tutto stupito, comincia a chiedersi che cos’ha di strano. Uno dei presenti gli alfine chiede: “Vedi altri ombrelli?”. “Effettivamente no”, è costretto ad ammettere. Alla fine spiegano al malcapitato: “Gli ombrelli qua non li utilizziamo quasi mai. Ci sono piogge quasi tutti i giorni, raramente sono forti e durano a lungo, sicché siamo abituati a fare tutto sotto l’acqua che viene dal cielo.”

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Dopo una breve pausa rieccoci in viaggio. Prima meta: il Belgio in cui entriamo dall’Olanda passando un confine “da Schengen” molto prima che questo nome divenisse anche un concetto politico per arrivare a Brugges preannunciataci a ragione come la più bella città del Belgio. La visita parte dal centro, a prima vista la fotocopia di Amsterdam. Siamo in pianura e le biciclette abbondano, ma di sicuro da queste parti gli automobilisti sono più cauti. L’affascinante Grande piazza è dominata dall’erta Torre campanaria (XIII sec.), salire i 366 scalini è un’impresa, ma merita: si vede tutta la pianura fiamminga. Poco distanti, la fortezza eretta dal conte Baldovino I, il gotico Palazzo comunale unico per le sue 48

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Volete trascorrere le vacanze invernali sciando in un luogo insolito? Scegliete la Corsica! Vi sembra che chi scrive queste righe sia fuori di testa? Lasciatevelo dire: delle grosse opportunità che ci può dare la più grande isola francese sappiamo ben poco, comprese le possibilità di sciare.
Terza per grandezza di tutto il Mediterraneo, la Corsica ha una conformazione tale da “offrire” entro un arco di pochi chilometri, e dunque in tempi piuttosto ridotti, tutte le quattro stagioni dell’anno. La cima più alta è quella del monte Cinto, di ben 2706 metri, sicché i nevai non sono pochi. Non basta: sono oltre dieci le vette che superano i duemila metri. Ma quello che la rende unica è il fatto che, per esempio, a soli 28 chilometri dal monte Cinto ci sono bellissime spiagge. Di conseguenza anche il clima è caratterizzato da sbalzi delle temperature che arrivano fino a 20 gradi.

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