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Norimberga, Dresda, Vukovar, tre città distrutte dalle guerre e fatte tornare alla vita. Però secondo tre percorsi storici diversi. Norimberga e Dresda sono state ricostruite in maniera così accurata che le guide vi devono far notare che case e palazzi sono solo copie fedeli non più vecchie di 60 anni. A Vukovar le vicende belliche si sono concluse quarant’anni dopo. Come si presenta oggi la città?
Facciamo un passo indietro. Già forti, le tensioni s’inaspriscono all’inizio degli anni ‘90. Nell’estate 1991 da oltre il Danubio arrivano le prime granate, la produzione agricola, i commerci, l’attività portuale si bloccano. Bombardata di continuo da agosto a novembre, Vukovar vive un assedio sempre più stretto sino all’inevitabile resa del 18 novembre. Seguono gli anni dell’occupazione fino a che, nell’estate 1995, ossia 24 anni fa, è liberata e reintegrata nello stato croato.
Come si presenta oggi e cosa offre al turista?


Cominciamo la visita nella periferia ovest, dal luogo-simbolo, quell’ospedale martoriato che ha accolto tanti feriti e morti e davanti al quale, ironia della sorte, si trova oggi il consolato generale della Serbia. L’accesso all’ala trasformata in museo è dalla corsia del pronto soccorso, il tragitto che hanno fatto tantissimi feriti. Sopra l’entrata una grande bandiera della croce rossa con tanti buchi, simbolo delle innumerevoli bombe cadute sul complesso. Nell’area di prestazione dei primi soccorsi, con i letti muti testimoni del tempo, qui viene proiettato un filmato evocativo. Oltre la porta di destra si accede al corridoio che abbiamo visto tristemente pieno di feriti. Pure qui, dopo aver superato i quattro piani superiori, come testimoniato dai buchi sul soffitto, sono riuscite a penetrare due grosse bombe. Alla sinistra, sulle piastrelle bianche la cronistoria degli avvenimenti. È una ricostruzione, fatta giorno per giorno, visto che tutti i documenti sono stati distrutti. In fondo al corridoio la lista di tutti coloro che qui hanno perso la vita, nonché di quelli rimasti fino all’ultimo giorno. Alla destra c’è il rifugio antiatomico, ricovero dei feriti più gravi, la cui presenza è evocata da manichini fasciati in bianco a rendere ancora più impressiva la scena che si presentava ogni giorno. In lontananza la nota voce di Siniša Glavašević, giornalista di Radio Vukovar e poi pure delle TV, che ogni giorno informava il mondo sugli avvenimenti in città ed è stato ucciso a due giorni dalla resa.
Usciti, infiliamo la via principale, oggi Županiska, dove ogni anno si snoda la processione fino all’Ovčara, per renderci conto che l’ospedale è a due passi dal Danubio, zona di confine e prima linea per le battaglie. Diverse le case distrutte, parecchie abbandonate. Poco più avanti, accanto al Danubio sorge il castello degli Eltz, fedelmente ricostruito e aperto di recente. Passiamo davanti a una chiesa ortodossa con ancora visibili i danni, entriamo nella zona pedonale del centro e scendiamo fino al punto in cui la Vuka confluisce nel Danubio, vero centro storico, oggi del tutto rinnovato. Passando accanto al porto invernale, arriviamo alla grande croce eretta davanti al Danubio a simbolo di tutti i caduti in guerra. Oltre il ponte, l’albergo Dunav, ancora chiuso e con i resti dei bombardamenti. Accanto, un piccolo acquedotto, vecchio simbolo cittadino. Lasciato il fiume, entriamo nel centro storico, pure del tutto rinnovato e prendiamo la via intitolata al primo presidente della Croazia, Franjo Tuđman, quella che abbiamo visto in tanti video e foto dove sono stati fatti passare tutti i sopravvissuti dall’ospedale all’uscita dalla città. Niente lo ricorda, neppure una targa per cui l’ignaro turista può non saperne nulla.
Prima della salita verso le mura c’è pure il “confine” che delimita la Slavonia dallo Srijem. Lo conoscono ormai solo i locali. Però noi decidiamo di tornare andando verso la famosa torre dell’acquedotto, altro simbolo della città. Percorriamo il lungomare che, tanto valorizzato ad Osijek, qui è del tutto in abbandono. Vista la torre ci tocca salire, dato che è posta in cima ad una collina. Anche se si vede benissimo da lontano, non c’è nemmeno un’insegna che ci indica la strada. Arriviamo sotto la torre e vediamo quant’è imponente. È alta infatti ben 50 metri ed è stata costruita dal 1963 al 1968. Una parte era adibita prima a ristorante e poi a uffici. Oggi è del tutto abbandonata. Accanto alla torre una tabella che ricorda la sua storia. La porta è aperta, si può visitarla, però a proprio rischio. Le scale sono arrugginite ma integre, l’ascensore fermo ormai da troppi anni. Piena dei fori dei pesanti bombardamenti, potrebbe essere un’ottima attrattiva turistica, ma a quanto pare, manca l’interesse di chi dovrebbe pensarci.
Lasciamo la torre e passeggiamo lungo la collina che, “grazie” ai bombardamenti, ha fatto riscoprire ai locali gli antichi spazi per la conservazione dei vini, prima trascurati del tutto. Sull’altura sorgono diverse case, una scuola media, del tutto ricostruita, nonché la più grande chiesa cittadina. Riprendiamo la macchina e andiamo a fare diversi chilometri per visitare uno dei luoghi più tristemente famosi di Vukovar: i magazzini Velepromet. Subito accanto, con immensi campi da tutte le parti sorge il “Spomen dom Ovčara”. Qui, in un magazzino, sono stati portati 261 feriti e civili dall’ospedale di Vukovar, poi uccisi nella notte dal 20 al 21 novembre. A testimonianza di questo è sorto un Centro con il magazzino trasformato in museo. Tutto al buio, con ai muri le foto delle vittime che una a una vengono illuminate, mentre nel mezzo c’è una specie di fontana dove vengono fatti circolare i loro nomi. Sul pavimento sono stati lasciati i proiettili. A poco più di un chilometro di distanza, segnato da una grande colomba di marmo, c’è il campo dove sono stati sepolti.
Ci portiamo quindi alla periferia orientale dove, come dice la guida, si trova il più recente cimitero d’Europa. Costruito accanto al vecchio, accoglie tutti i militari e civili morti a Vukovar nel 1991. Al centro sorge il Memoriale alle vittime con accanto un campo con ben 938 croci. Oltre ad essere nuovissimo ha una sua unicità: tutte le tombe sono perfettamente uguali, nel marmo, nelle foto, nelle lettere, a testimonianza dell’uguaglianza fra le vittime di questa guerra.
Torniamo ancora alla periferia occidentale dove sorge Casa della Rimembranza dei difensori croati con davanti uno dei tanti carri armati qui rimasti per sempre. Il posto non è casuale: si tratta infatti della Trpinska cesta, tristemente nota per le grandi battaglie e all’epoca principale strada di collegamento verso Vinkovci e il resto della Croazia agli albori dell’indipedenza.
Finisce qui la visita a una città ancora oggi vittima di grandi tensioni, confronti, nazionalismi e antagonismi. Una città ancora vittima della guerra, con parecchie case distrutte e abbandonate, quali testimoni muti di un passato ancora molto presente. Vukovar e soprattutto gli abitati che lo circondano paiono essere ancora oggi negli anni ‘90. Una città che al contrario di parecchie altre non riesce e forse non riuscirà mai a capitalizzare il proprio valore pure dal punto di vista turistico. Un triste passato dove - e magari ci sbagliassimo - il futuro sembra non meno triste e destinato a rimanere morto.

Eltz, una fedele ricostruzione
L’immenso castello degli Eltz, sorto nel XVIII secolo quasi nell’odierno centrocittà, è stato uno dei primi edifici ad essere bombardato ancora il 25 agosto del 1991. Danneggiato in maniera molto grave dagli scontri, è stato poi ricostruito quasi integralmente seguendo fedelmente i progetti del passato e da poco ha riaperto le porte ai visitatori. Ospita il museo cittadino che si trovava qui dal 1968. La prima sezione è dedicata ad Antun Bauer uno dei fondatori. Le altre trattano la storia della città e della sua più importante famiglia, gli Eltz. Nella parte storica, al primo piano, una stanza è dedicata alla stampa e alle varie industrie cittadine. Non poteva mancare la sezione dedicata alla guerra del 1991 con diversi cimeli di quegli anni. Infine la sezione del sottotetto comprende le tradizioni locali, dai vestiti alle varie attività nelle campagne.

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Pubblicato su Panorama il 15 giugno 2014.

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