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Nel 1984 Sarajevo ha ospitato i Giochi della XIV Olimpiade invernale, che si è tenuta per la prima volta in un Paese socialista. Un sogno cullato a lungo divenne realtà nel 1978, quando all’attuale capitale della Bosnia Erzegovina fu assegnata (un po’ a sorpresa, battendo tra l’altro la concorrenza della giapponese Sapporo) l’organizzazione dei Giochi, che si svolsero tra l’8 e il 19 febbraio 1984. Per un Paese, la Jugoslavia, che viveva una quasi permanente crisi economica, alle prese con una difficile transizione dopo la morte di Tito, l’organizzazione delle Olimpiadi era una grande sfida, che Sarajevo (con il supporto delle altre repubbliche) affrontò con piglio e portò a termine con successo. L’allestimento dei Giochi diede un grande impulso allo sviluppo delle infrastrutture urbane: la città riuscì a “mettersi in ordine” e a guadagnare 12.000.000 di dollari. Inoltre, fu ricostruita la rete di impianti per gli sport invernali, con criteri di progettazione e realizzazione molto avanzati per quel tempo, con autentici fiori all’occhiello il Villaggio olimpico - un intero quartiere costruito ex-novo - ed il trampolino per i salti, oggi in uno stato di completo abbandono e rovina...
L’Olimpiade si chiuse in un’atmosfera festosa e serena, frutto dell’apertura e della coinvolgente ospitalità che la città offrì durante i Giochi della neve. Nessuno poteva immaginare che solo pochi anni più tardi, con lo scoppio della guerra in Bosnia, Sarajevo sarebbe stata vittima del più lungo assedio nella storia bellica moderna (durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1995), che portò lutti (10 mila morti e 50 mila feriti) e distruzione, con molti di quelli che furono campi di gara trasformati in installazioni militari e campi di battaglia. A 25 anni di distanza dallo storico appuntamento olimpico, accompagnato dal giornalista locale Ramiz Hajdarević, ho avuto la possibilità di visitare la città e i suoi impianti sportivi.

 

Ritorno sull’Igman
A sud di Sarajevo, il Monte Igman è immerso nel verde dei bellissimi boschi e zone escursionistiche. Solo di recente è diventato di nuovo accessibile agli abitanti della città. Dal centro di Sarajevo ci si arriva in appena mezz’ora. Sul trampolino dell’Igman (realizzato per le Olimpiadi Invernali e mai più usato dopo la guerra), si sono svolte le gare di salto con gli sci che hanno consacrato il campione finlandese Matti Nykanen, oro dal trampolino grande e Lo stadio Koševo fu sede delle cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi argento su quello corto. Abbandonato da parecchi anni e in balia dei vandali, dell’impianto rimangono purtroppo solo le strutture in muratura. All’inizio della guerra la zona fu centro di aspre battaglie e poi roccaforte dei bosgnacchi. Ancora oggi i segni della guerra sono ben visibili: l’albergo dove erano stati alloggiati i saltatori e i commissari di gara è in buona parte distrutto e restano visibili le tracce dei caschi blu, con la loro insegna affissa sulla sede dei giudici di gara. Ancora oggi è sconsigliata la salita al trampolino e nei boschi circostanti per il pericolo mine, anche se mancano i cartelli di pericolo.

Riscatto della Bjelašnica
A pochi chilometri di distanza sorge l’impianto di Bjelašnica, il primo tra quelli che hanno ospitato i Giochi ad essere stato rimesso in funzione. Spariti i segni della guerra, oggi è in piena ricostruzione, sorgono alberghi e ville, è diventata una zona in, frequentata dalla Sarajevo che conta e d’inverno è tutto come prima. A parte la possibilità di ospitare di nuovo competizioni internazionali, lontana anni luce, anche se nel dicembre 2008 è stata allestita una gara tra vecchie glorie dello sci per festeggiare i 25 anni dalle Olimpiadi. Sulle sue piste lo sloveno Jure Franko vinse una storica medaglia d’argento nello slalom, il primo trofeo olimpico ai Giochi invernali per gli sportivi dell’ex Jugoslavia.

Trebević off limits
Scendendo dalla Bjelašnica, si vede a nord il monte Trebević, che ospitò le gare di bob e slittino, su un grande e moderno impianto, poco utilizzato però dopo le Olimpiadi. Durante la guerra qui si sono svolte sanguinose battaglie e la zona è stata pesantemente minata. Quello che era un balcone dal quale i turisti potevano godere uno splendido panorama di Sarajevo, oggi è in gran parte offlimits per ragioni di sicurezza. Ufficialmente l’impianto è stato bonificato da una ditta italiana, ma la nostra guida ne sconsiglia la visita.

Non più stadio ma cimitero
Scendiamo in città per visitare, nella parte nord, il grande quartiere di Koševo, noto ai più per l’omonimo stadio di una delle due squadre cittadine di calcio, il Sarajevo. Lo stadio è rimasto praticamente uguale come all’epoca delle Olimpiadi, ma per soddisfare le nuove norme sono stati sistemati i posti a sedere. Lo stadio, che non è stato mai chiamato Olimpico, porte il nome di Asim Ferhatović, popolarissimo ex centravanti della squadra (e della nazionale) che fu anche campione dell’ex Jugoslavia. Alle sue spalle una tristissima testimonianza della guerra: quello che uno volta era il campo sussidiario, oggi è un grande cimitero.

Il palaghiaccio dei miti
Primo “vicino” della stadio Olimpico è il palaghiaccio Zetra, teatro di grandi partite di hockey e delle gesta di quello che diventerà un mito del pattinaggio artistico, la tedesca Katarina Witt. Lo splendore di quei giorni sembra lontanissimo: gare di questo livello non si sono più viste e oggi il massimo lo si raggiunge con concerti di rock star dell’ex Jugoslavia. Un vero peccato per questo grande impianto, alle cui spalle c’è la pista di pattinaggio, utilizzata ormai esclusivamente dai locali amanti di questo sport.

Dunque, a 25 anni dai Giochi olimpici sono rimaste ben poche tracce di questa grande manifestazione. Agli effetti devastanti della guerra si è aggiunta l’incuria e una scarsa organizzazione, incapace di proporre delle concrete iniziative di rilancio. Un tentativo è stato fatto con la presentazione della candidatura a ospitare nuovamente i Giochi della neve nel 2012, ma l’idea è sembrata quasi assurda ed è stata respinta in partenza, in primo luogo per il pericolo costituito dai terreni minati. Quello di cui la città oggi ha maggiormente bisogno è una vera e propria opera di ricostruzione, di risanare tutti i segni delle guerra, anche quelli scavati nelle menti dei suoi abitanti. Non per nulla la città è divisa amministrativamente in due entità, come quelle statali, non per nulla uno dei quartiere sorti per le Olimpiadi, Dobrinja (l’altro è Mojmir) è testimone di questa divisione: da un lato le scritte in caratteri latini, dall’altro rigorosamente in quelli cirillici. L’importante, per Sarajevo, sarebbe portare a termine un processo di rinascita civile e sociale, politica ed economica. Le manifestazioni sportive, soprattutto quelle internazionali, possono attendere.

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Pubblicato su Panorama il 15 febbraio 2009.

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