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Volete trascorrere le vacanze invernali sciando in un luogo insolito? Scegliete la Corsica! Vi sembra che chi scrive queste righe sia fuori di testa? Lasciatevelo dire: delle grosse opportunità che ci può dare la più grande isola francese sappiamo ben poco, comprese le possibilità di sciare.
Terza per grandezza di tutto il Mediterraneo, la Corsica ha una conformazione tale da “offrire” entro un arco di pochi chilometri, e dunque in tempi piuttosto ridotti, tutte le quattro stagioni dell’anno. La cima più alta è quella del monte Cinto, di ben 2706 metri, sicché i nevai non sono pochi. Non basta: sono oltre dieci le vette che superano i duemila metri. Ma quello che la rende unica è il fatto che, per esempio, a soli 28 chilometri dal monte Cinto ci sono bellissime spiagge. Di conseguenza anche il clima è caratterizzato da sbalzi delle temperature che arrivano fino a 20 gradi.


Come arrivarci? I modi sono diversi, ma l’ideale è di cominciarla a vivere dal mare. Noi abbiamo scelto di venire da Livorno che è oggi il principale dei tre centri di collegamento con l’isola. Gli altri due sono Nizza e Santa Teresa di Gallura, in Sardegna. Il viaggio da Livorno dura circa tre ore. Lungo la “strada” notiamo alcune isole più piccole, tra cui spicca la “storica” Capraia che è a soli 31 chilometri dalla Corsica e con il bel tempo è ben visibile. Attracchiamo a mezzogiorno al più grande porto corso, quello di Bastia. La città, la seconda per grandezza, appare del tutto orientata al turismo. Ma non è un turismo di massa e tantomeno di élite come quello della Sardegna, per esempio. Qua come in tutta l’isola si viene a vivere la quiete, le spiagge incontaminate, il mare verde-blu.
Si va subito verso la punta estrema dell’isola, Capo Corso, spesso indicato come dito della Corsica, che inizia a pochi chilometri da Bastia. La affrontiamo in senso orario. Il senso è importante visto che, lasciata la città e iniziata la ripida salita, vi trovate su strade tutt’altro che larghe ed accessibili: classiche strade di campagna, asfaltate sì, ma per un traffico scarso, sicché, mentre le percorrete, pregate per non incrociare un’altra macchina, perché altrimenti sarebbero guai, visto che buona parte del tracciato del “dito” costeggia precipizi che alle volte sono piuttosto profondi.
Già alla prima salita si capisce che l’isola tuttora sembra vivere in un altro tempo. Poco sopra Bastia incontrate quello che sarà il principale problema di tutto il viaggio, gli animali. Ce ne sono tantissimi, in gran parte liberi e in parte pure selvatici: capre, pecore, mucche, suini e altro bestiame si muove liberamente per le strade incuranti dello scarso traffico. Solo le più grandi città ne sono immuni, per il resto è una normalità a cui solo i guidatori devono fare attenzione. La stessa che devono riservare ai conducenti locali, per lo più sfrenati e veloci, abituati a far da padroni nel poco traffico, per cui anche sfrecciano a grandi velocità anche sulle strade più strette.
Prima tappa è la cittadina di San Fiorenzo (Saint Florent), la più grande nel capo corso è oggi in primo luogo volta alla pesca, che è poi l’attività principale della regione. Una cittadina tranquilla che nelle sue vicinanze offre spiagge incontaminate e mare di una purezza incredibile. Ancora oggi queste terre sono raggiungibili solo con barche e per cui non sono tanto frequentate.
Viaggiando verso nord si avverte che nel passato furono intensamente popolate, oggi però si presentano sempre più abbandonate. Si coltivano in primo luogo aranci, olivi e cedri. L’ignaro turista nota quasi subito altre due cose. Per prima cosa che sono tante le torri lungo la costa. Pensandoci meglio, non è una stranezza, qui nei secoli si sono susseguite le battaglie per la conquista di queste terre, qui si sono avvicendati genovesi, pisani, francesi ed altri. Bisognava difendere l’indipendenza e questo tipo di protezione era considerato l’ideale. Parecchie torri appaiono abbandonate e in rovina. Altre però sono in ottimo stato.
Poi, oltre a queste imponenti torri ci sono altre costruzioni di ragguardevoli dimensioni, sia vicine ai centri abitati, sia più distanti. Non sembrano abitazioni né paiono avere un maggior numero di anni. Solo avvicinandoci ci rendiamo conto che sono cimiteri! La logica è semplice: più grande è il sepolcro, maggiore è l’importanza della famiglia! Come ci spiegano i locali, è proprio grazie a parte di queste famiglie che oggi da queste parti ci sono le strade, e pure asfaltate, e che l’isolamento è finito.
Lungo tutta la costa occidentale di Capo corso troviamo un clima caldo, con poco vento, poche persone e tante verde e pieno di piccole spiagge. Appena superata la “cima del dito” tutto cambia. Il vento aumenta. Il terreno diventa aspro, ventoso e con tante rocce che allontanano il turista dal mare. È così tutta la costa, fino a Bastia, città in piena espansione e sempre di più votata al turismo. Anche se sono tante le nuove costruzioni, il vecchio non sembra perdere il suo fascino. Non ci sono grattacieli né case alte, intatta la parte storica è raggiungibile a piedi dal porto posto quasi quasi in pieno centro. Percorrendo le strette strade che si affacciano al mare e la chiesa sul colle, la cattedrale di S. Giovanni Battista costruita nel XVII sec. sui resti di un antica cappella, in un certo senso sembra di essere a Rovigno. Poco più avanti, con i suoi 300 metri di lunghezza e 90 di larghezza che la rendono una delle più estese di tutta la Francia, la Piazza di S. Nicola, segnata dal Monumento ai caduti e dalla statua di Napoleone, è il cuore della città.
Il secondo giorno ci conferma che nell’interno le strade sono ovunque un optional. Nell’entroterra, posta sulla Bastia-Ajaccio, troviamo la vecchia Corte, non riconosciuta capitale dell’isola. La strada è “normale”, però passa ancora sui vecchi ponti costruiti dai genovesi!
Poco più di seimila abitanti, Corte fu conquistata di volta in volta dai genovesi e dai corsi. Dal 1755 al 1769 fu pure capitale della Corsica libera di Pasquale Paoli che qui vi insediò il governo, il tribunale, la zecca e l’Università. Con l’avvento francese la sua importanza scese, l’Università chiuse e la cittadina si ridusse alle dimensioni attuali, un centro attraversato dalla strada principale dell’isola e dalla ferrovia. La popolazione ultimamente è in aumento grazie al fatto che l’Università è stata riaperta nel 1983. Nella cittadella si staglia l’immancabile statua di Paoli. Visitiamo pure la cima della cittadina dove c’è una piccola fortificazione, che pure offre uno splendido panorama.
Abbandoniamo la strada principale per vedere la parte occidentale dell’isola. La strada scala di Santa Regina è unica, da una parte la montagna, dall’altra il fiume. Il percorso tortuoso impone velocità basse, che poi si rivelano preziose per godersi appieno un panorama unico. Poche anche le auto, ma in compenso scopriamo l’esistenza di svariati laghi. Ci fermiamo al Col de Vergio, nel comune di Evisa, nel punto più alto, da cui si offre un fenomenale panorama. La guida ci ricorda che siamo piuttosto in alto, a 1467 metri sul mare, dove fa freddo anche d’estate.
Si scende affiancati da una ricca vegetazione e tanti animali, in buona parte selvatici. Solo verso la fine vediamo sulle ripide montagne diversi paesini. Arriviamo fino in fondo a Porto. un piccolo paradiso, scoperto solo di recente dai turisti. Qui sì che si sente l’estate.
Continuiamo il nostro viaggio. Saliamo di nuovo la montagna, però adesso quasi costeggiando il mare. Dopo pochi chilometri arriviamo ad uno dei posti più belli dell’isola dove ci possiamo immergere nella natura e ammirare quello che ha saputo fare il vento: Calanques de Piana. Le Calanques, letteralmente rocce dai pendii scoscesi che sono stati lavorati nei secoli dal vento, hanno reso questo posto del tutto unico con forme di roccia che, usando un po’ di fantasia, ci fanno immaginare di tutto. L’ideale è farsi qualche chilometro a piedi per godersi appieno questa bellezza che ha sullo sfondo il panorama marino e intravvedere nelle rocce modellate cani, svariati altri animali, religiosi. Tutto sta nel trovarsi nel posto giusto e guardare le rocce giuste fino ad arrivare alla fine del percorso dove ci attende un grande foro a forma di cuore.
La strada verso il sud è lunga, ma alla fine arriviamo alla città che ha dato i natali a Napoleone Bonaparte: Ajaccio. Anche oggi importante porto deve proprio a questo il suo nome: in greco Agation significa buon porto. Prima di intrufolarci nel centro andiamo al suo promontorio occidentale, ossia il promontorio e l’arcipelago dei Sanguinaires, punta estrema dell’isola con diverse isole e una torre, oggi luogo preferito di passeggiate.
Al pari di altre anche Ajaccio, la città più grande e più popolata dell’isola con i suoi quasi 64 mila abitanti, è oggi votata al turismo. Tantissimi gli alberghi in periferia, ma per fortuna il nucleo primitivo è rimasto intatto. Appena entrati nel centro storico troviamo la statua dedicata alla famiglia Bonaparte, a comprova di quale sia stata la famiglia più importante della città. Infatti qui le strade (e il resto) dedicate a Napoleone non si contano: la fa proprio da padrone, anche se ad Ajaccio ha vissuto per assai pochi anni. Nel centro storico troviamo la sua casa. Definirla sua è quasi un eufemismo. La famiglia, appartenente alla piccola borghesia corsa, con il passare degli anni ha acquisito sempre maggior peso, prova ne sia che ha acquistato prima tutti i piani dell’edifico - oggi ovviamente trasformato in museo - e quindi anche le altre case intorno. Il museo è ricco di cimeli riguardanti la storia della famiglia e le vicende del suo più illustre rappresentante.
Nel pomeriggio lasciamo Ajaccio e ci dirigiamo verso il sud dell’isola. Lungo la strada troviamo diversi piccoli paesini, quasi persi nel tempo. Ci fermiamo a Filitosa, o meglio ai resti più antichi dell’isola. Un vero museo a cielo aperto che ci mostra i primi insediamenti sull’isola.
La giornata la finiamo a Porto Vecchio, cittadina situata quasi all’estremità meridionale dell’isola, oggi in buona parte dedita al turismo, ma pure alla pesca. La cittadina con le sue fortificazioni genovesi si trova in cima alla collina. Sovrasta la marina, ma anche le saline: non per niente è nota pure con il nome di Cittadina del sale. Negli ultimi anni con l’aumento del turismo da queste parti si è sviluppata l’attività balneare, per lo più quella di lusso che oggi fa di Porto Vecchio la stazione balnerare più rinomata dell’isola.
L’ultima giornata sull’isola la dedichiamo alla cittadina di Bonifacio. È un posto del tutto unico, sviluppatosi in cima ad una ripida collina, che oggi conta non più di 2700 abitanti, e molti di più turisti che la visitano giornalmente. L’abitato, i cui primordi risalgono a 6500 anni fa, si affaccia su una profonda insenatura, simile ad un piccolo fiordo circondato da pareti di calcare bianco. Nei secoli qui sono stati costruiti magazzini e case, e vista la posizione strategica si susseguirono le contese in armi. La salita è molto ripida e, dato l’aumento dei turisti, ci sono pure dei minibus. Però è decisamente meglio andare a piedi, per scoprire, passo dopo passo, la bellezza di questo posto. Dal porto verso la cittavecchia la scalinata sembra essere senza fine. Per fortuna, a metà strada, un grande spiazzo panoramico permette di riprendere fiato. Da una parte si vede tutto il porto, dall’altro si scoprono le scogliere e la maestria con cui è stato eretto l’abitato tanto che talune case sembrano costruite letteralmente sul vuoto. Ci facciamo forza e saliamo ancora addentrandoci tra le mure cittadine, nelle viuzze costellate da negozietti di souvenir e locali di ristoro. Assai poche le macchine della popolazione locale: hanno capito da tempo che la disponibilità di viabili è all’osso. Ogni percorso porta qualcosa di nuovo, fino a che non si imbocca una delle tante ripide scalinate che scendono verso il porto e che pure un tempo erano inserite nelle opere di difesa. Solo una piccola parte, verso ovest, è preclusa al turismo in quanto area destinata a usi militari.
Sotto la cittadina, protetto da tutte le intemperie e dal mare aperto, si stende il bacino portuale a cui attraccano con notevole frequenza i traghetti impegnati nei collegamenti con la Sardegna, in testa Santa Teresa di Gallura, che dista non più di dodici chilometri e per cui serve un viaggio di un’ora scarsa. I due centri isolani sono infatti tanto vicini che “si vedono” quasi sempre, di notte e di giorno.
Si chiude così la visita alla Corsica, isola che, poco ma sicuro, mai cessa di sorprendere, quale sia il motivo per cui il turista decide di sbarcare. Altrettanto sicuro che, finita la visita, comincerete a pianificare una nuova alla scoperta di qualche suo aspetto ancora ignoto. 

Francesi, ma con l’inno in italiano
Oggi la Corsica si presenta tanto compatta nella volontà di una maggiore autonomia, tanto divisa - come nel passato - negli aspetti della gestione interna del potere. C’è una forte rivalità tra il nord e il sud. Ajaccio e Bastia, i due maggiori centri abitati, da sempre si contendono il comando e il potere amministrativo. A Bastia non hanno peli sulla lingua nel dire che Parigi ha fatto capoluogo Ajaccio solo per merito di Napoleone. Non è un antagonismo solo burocratico: basti dire che sono molto rari i matrimoni “misti”.
I collegamenti stradali, come detto, sono ovunque accidentati e non sembra presente la volontà di migliorarli. L’isola è pure poco popolata. I quasi 300 mila abitanti possono sembrare tanti, eppure la media arriva apena a 34 per km2 di fronte ai 115 della Francia continentale, ossia, come dicono i corsi con una certa acredine, dalle parti loro ci sono più animali che uomini.
Le donne corse: un’eloquente leggenda narra che le padrone dei bar (sono tutte rigorosamente donne) siano armate e guai a chi non osasse pagare il conto o dar prova d’intemperanze d’altro genere. L’isola ha pure il suo inno, “Dio vi Salvi Regina,” che risale al 1735, anno della leggendaria proclamazione dell’indipendenza dai genovesi. Però, al contrario di quel che uno potrebbe credere, non è in francese ma in italiano, lingua ufficiale fino al 1859. Oggi la lingua ufficiale, naturalmente, non può essere che il francese, il quale però è tutt’altro che ben visto. Gli isolani si mostrano molto reticenti dall’utilizzarlo tanto che non per niente l’idioma maggiormente usato è a conti fatti il corso a cui oggi è riconosciuto lo status di lingua regionale, sicché in quasi tutta l’isola le targhe con i nomi degli abitati sono scritte arghe sia in corso che in francese. Interessante che soprattutto nella parte nord, la denominazione francese si ritrova costantemente cancellata. È presente pure il dialetto ligure, usato nelle cittadine di Bonifacio, nel pieno sud e a Calvi ad ovest.
Sull’isola è sistemata pure parte della famosa Legione straniera, ossia il suo secondo reggimento, con base a Calvi. Secondo voci ci sarebbero pure diversi campi di formazione ed addestramento.

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Pubblicato su Panorama il 30 settembre 2011.

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