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Nei primi vent’anni del Novecento, esaurita l’esperienza secolare sotto gli Asburgo, Fiume ha vissuto un periodo molto complesso e turbolento, prima di incertezza (e anche attesa), poi passando di mano in mano: è stata infatti prima (provvisoriamente) dannunziana, poi definita Stato libero riconosciuto dalla comunità internazionale, infine annessa all’Italia.

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Passeggiata tra i resti scolpiti nelle pietre, ossia nei cippi e altri segni degli stati che
si alternarono nel tumultuoso periodo dopo la Grande Guerra

Fiume. gli anni caldi
È trascorso ormai un secolo da quegli “anni caldi” nella storia di Fiume. La città, per lunghissimo tempo parte della monarchia asburgica, alla fine del primo conflitto mondiale fu protagonista di rapidi mutamenti politici e in un brevissimo periodo si susseguirono diverse nazioni, per imprese autonome o come effetto di trattati e accordi internazionali: dall’Impero austroungarico, dissoltosi alla fine del conflitto, dopo alcune incertezze passò sotto Gabriele D’Annunzio e la sua Reggenza italiana del Carnaro; quindi fu Stato libero, indipendente e riconosciuto, ma di effimera durata, per poi entrare a far parte del Regno d’Italia. Del resto, ricorre il centenario del colpo di stato fascista che il 3 marzo 1922 pose fine all’effimero governo autonomista di Riccardo Zanella.
Le tracce di queste vicende si trovano non soltanto nei libri di storia e nella memoria delle persone, ma sono scolpite nella pietra, nei cippi confinari disseminati nei vari rioni di Fiume e nei dintorni. La linea della frontiera è stata spostata a più riprese, ma sono stati due i momenti che hanno sancito le principali modifiche: il Trattato di Rapallo del 1920, di cui oggi rimangono pochi segni vicino a Fiume, e il Trattato di Roma del 1924, che definì i contorni dello Stato italiano attorno a Fiume e di cui troviamo tante testimonianze.
Li possiamo scorgere ancora sempre, passandoci accanto ogni giorno, senza rendercene conto, anche perché con il passare del tempo le varie case, palazzi, muri, ringhiere hanno cambiato “ruolo” e non sono più in funzione di “confine”. Cerchiamo, dunque, di riscoprirli e valorizzarli in questa nostra passeggiata virtuale, mettendo a confronto la storia e la situazione attuale.

Alle porte della città
Iniziamo il percorso nell’attuale quartiere di Cantrida, all’epoca Borgomarina. Non è un luogo scelto a caso. Infatti, ancora ai tempi della Duplice, dell’Austro-Ungheria, lo spiazzo sopra l’attuale stadio era una zona di confine tra l’amministrazione di competenza viennese e quella che spettava a Budapest. Anche all’inizio degli anni ‘20 del secolo scorso qui c’era un posto di blocco dove venivano effettuati i controlli di chi transitava da una parte all’altra. È interessante osservare, comparando le immagini di ieri e di oggi, quanto le cose siano rimaste... uguali. Il muro sopra lo stadio è praticamente identico a quello di una volta e anche le case dall’altra parte della strada. L’unica differenza è che è stata rifatta l’abitazione situata proprio sul confine ed è stato costruito un grattacielo. Poco distanti, poi, c’erano due case della Guardia di Finanza, entrambe ora rosso-granata, una nei pressi dalla farmacia in via Liburnia e l’altra accanto all’attuale asilo in via Pola.
Ci dirigiamo verso Mattuglie, percorrendo la strada che ha preso la sua attuale configurazione nel 1926. Ci fermiamo nel rione di Pavlovac. Una volta qui giravano i tram che andavano da Mattuglie verso Abbazia. Indelebile testimone dei tempi passati un’altra casa delle Guardia di Finanza che oggi porta l’indirizzo di Ljubljanka 14 ed è una casa privata. Di qui passava la linea di frontiera del 1920, che scendeva dalla zona di Castua per poi proseguire verso Preluca. Non esiste più nemmeno un cippo, ma sopra la cava di Preluca ci sono ancora le trincee per la protezione del confine.
Arriviamo al passaggio di confine del 1924. Siamo a Mattuglie, di fronte al centro commerciale. Oggi al suo posto c’è una nuova casa privata che in parte ricorda quella “originale”. Prima dei binari per il treno c’è un rifugio costruito nella zona vecchia di Mattuglie e che passa proprio sotto l’odierna strada.

San Nicolò, il tempo si è fermato
Usciamo per pochi chilometri dall’Italia che fu: il confine del 1924 rimane alla nostra destra, molto zigzagato. Ancora oggi si trovano molti cippi, alcuni pure ben conservati nei giardini delle case private, mantenuti dai nuovi proprietari (a Rubeši, ad esempio, qualcuno li ha trasformati in gradini). Costeggiamo il confine fino al quartiere di Martinkovac e ritorniamo nell’attuale Fiume. Qui, poco sotto la strada principale, si trovava un altro passaggio di confine. La casa della Guardia di Finanza è quasi del tutto distrutta. Uno dei cippi principali è oggi poggiato a terra e poco avanti una garitta per la sentinella. Il confine andava nel bosco a est. Con la costruzione dei nuovi grattacieli il tutto è andato distrutto e i cippi, piuttosto malconci, sono andati persi per sempre. Oggi questo confine può sembrare strano , ma all’epoca c’era la strada, cancellata dalla tangenziale sorta in anni più recenti, che da qui portava dritta al mare.
Proseguiamo fino a Zamet, zona San Nicolò: qui il tempo sembra essersi fermato. La casetta della della polizia jugoslava non è cambiata per niente, soltanto che oggi qui c’è un’edicola. Poco sotto c’è uno dei cippi più famosi, seppure colorato e con delle aggiunte. In origine non era in quella posizione, bensì stava all’incrocio sottostante. Se scendiamo in direzione della ferrovia, raggiungiamo la zona del vecchio confine di Pavlinci. Oggi non è altro che una semplice strada morta. Dopo Zamet il confine continua a salire. Purtroppo, le nuove zone residenziali di Torretta e del complesso dello stadio di Rujevica hanno fatto sparire tanti cippi.
(1 e continua)

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Pubblicato su Panorama il 15 febbraio 2022.

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Spalato negli ultimi anni è diventata una delle mete preferite dai turisti che scelgono la Dalmazia quale destinazione dell eloro vacanze. Una passeggiata sulla magnifica Riva o una tappa al palazzo di Dioclaziano sono d’obbligo. Impossibile non visitare il centro storico e la cattedrale. E poi, chi non soffre di vertigini può salire sul campanile di San Doimo e godersi un magnifico panorama della città a 360 gradi. Altri, magari, più fedeli alle gioie estive rispetto alle attrattive culturali, andranno a fare un tuffo in mare sdraiandosi sulla celeberrima spiaggia di Botticelle-Bačvice. Per gli amanti del calcio c’è una puntata d’obbligo allo stadio del Poljud, datato ma affascinante come una conchiglia che si schiude per offrirci la sua perla. In questo caso, sportiva e al contempo architettonica.

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Ci sono posti accanto ai quali passiamo spesso dei quali non ci rendiamo conto di cosa nascondano. Magari ci separa solo un muro, una porta. Magari si trovano in zone poco illuminate e poco invitanti a guardarci all’interno. Certe volte questi posti sono dei veri e propri musei. Muti testimoni storici che qualche volta vengono valorizzati e resi aperti al pubblico. Uno di questi è la Kleine Berlin di Trieste...
Siamo passati tantissime volte per via Fabio Severo arrivando nel capoluogo giuliano. Verso la discesa finale, prima della sede della RAI, un po’ nascosto dalle automobili c’è un ingresso nel lungo muro. È l’entrata in un grande complesso sotterraneo costruito sotto il colle di Scorcola. Ma cosa nasconde, om'è nato e qual’è la sua storia?

 Il rifugio dei triestini
Facciamo un passo indietro. All’inizio del conflitto ci si rese conto che la seconda guerra mondiale sarebbe stata pure una guerra fatta di aerei e bombardamenti dall’aria. Serviva proteggere la popolazione e quale migliore difesa se non quella sotterranea. Su decreto del governo ben presto si cominciarono a costruire in tutta Italia. Trieste non fu un eccezione. La conformazione della città era quasi ideale e trovare luoghi da adibire a rifugi sotterranei ce n'erano. Uno di questi nati durante la guerra, che diedero protezione a migliaia di triestini fu proprio il rifugio di Scorcola. Anche se magari sarebbe meglio dire i quattro rifugi uniti tra di loro. Un complesso alla fine enorme contante gallerie e diverse entrate. L’intero progetto alla fine non fu mai del tutto realizzato, ma in grande parte sì. Dal 1996 a prendere cura di questo complesso è il Club Alpinistico Triestino (CAT). Negli anni il CAT ha trasformato il tutto in un vero museo. Un museo con le sue sezioni da vivere passo dopo passo.

Oggi l’unica entrata aperta è quella in via Fabio Severo. All’epoca era un ingresso secondario, di servizio che portava alla parte principale. Si passa subito accanto a tanti cimeli bellici, in grande maggioranza non trovati qui, ma trasportati da svariate parti. Questa prima sezione è stata costruita dai tedeschi e aveva il ruolo di unire la parte dei rifugi costruiti dagli italiani e il palazzo di Giustizia. Andando fino in fondo alla galleria si arriva all’incrocio dove alla fine c’era il basamento per un generatore, a sinistra il collegamento con il resto del rifugio, mentre a destra superata una porta si arriva all’ex entrata principale che è stata chiusa subito dopo la guerra. Proseguendo si arriva quasi al palazzo di Giustizia, il tratto finale però è murato. Il tutto purtroppo è in parte allegato anche se negli anni è diventato accessibile e visitabile.

Tuffolino
Torniamo indietro fino al primo incrocio e visitiamo a pieno la parte tedesca fatta di una galleria principale e ben sei gallerie verso la destra (lunghe ben 26 metri) e cinque verso la sinistra (lunghe dai 10 ai 25 metri). Sono sistemate nell'ordine una dietro l’altra. Il CAT ha trasformato buona parte di queste gallerie in piccole sezioni del museo, ognuna dedicata a determinati temi.
Nella visita ci fermiamo immediatamente nella prima galleria di destra con tanto di sedie per assistere a una proiezione e la principale spiegazione sui perché della costruzione del complesso. Ma pure per capire come si viveva all’epoca. Una vero tuffo negli Anni ‘40 e delle varie difficoltà alle quali andavano incontro i triestini durante e trascorrevano un bombardamento e l'altro. Così ascoltiamo il racconto di come trascorrevano il tempo i più giovani e giovanissimi che portavano le sedie, ma pure i soldatini di piombo o di carta, le figurine del litorale adriatico, le bambole. Come si leggeva all’epoca Topolino, che per un periodo di tempo era diventato Tuffolino.

Due mondi diversi
Andiamo avanti e così troviamo la galleria dedicata alla ricostruzione di come si presentava la vita durante i bombardamenti. Con tanto di insegne che figuravano su tante case all’epoca, l’US (uscita di sicurezza), I (idrante) e P (presa del serbatoio). Poi troviamo la galleria che ricostruisce i bombardamenti di Trieste con tante foto, ritagli di giornale, ma pure la lista completa di tutti gli orari dei bombardamenti e un mappa dove si capisce quali sono state le zone più colpite. Ma pure la mappa degli edifici a rischio.
Una galleria è dedicata alla vita e ai ruoli di Odilo Globočnik e Friedrich Rainer. È la galleria dove c’era la scala verso la sua villa. Oggi la scala è stata ricostruita dalla CAT. Sui muri diversi pannelli per capire meglio il ruolo di questi gerarchi tedeschi e le versioni sulla loro cattura e morte.
Poi c’è la galleria che all’epoca era la zona gabinetto. Infine troviamo la galleria per l’esposizione dei resti di un aereo che ha bombardato Trieste e che anni fa è stato in parte recuperato.
Ci sono poi altre gallerie che saranno aperte nel futuro e per le quali ci sono dei progetti.
La “parte tedesca” e la “parte italiana” sono unite da una porta e in qualche modo sembra di passare da un mondo all'altro. Infatti anche da laici capiamo le differenza fral e due zone. Magari questo non era visibile durante la guerra, ma con gli anni la dissonanza è diventata marcata. Infatti la “parte tedesca” si trova in condizioni perfette. Costruzione fatte come si deve con muri spessi, anche di 25cm. Dall’altra parte, la “parte italiana”, ha dei muri meno spessi, 10-15cm, che con il passare degli anni ha visto nacere in modo eclatante i stalattiti, stalagmiti e vaschette di concrezione nelle quali scorre perennemente un velo d’acqua.

Vietato sputare
Subito varcata la pora bisogna fermarsi. Infatti ci si trova in un tunnel lunghissimo. La galleria, chiamata comunale, infatti e lunga circa 250 metri: ci troviamo praticamente a metà. Qui come da progetto potevano starci ben 1.300 persone!
Alla destra c' lo stop di entrtaa, chiuso al pubblico perché allagata con una serie di stalattiti e stalagmiti. Prendendo la sinistra si può arrivare quasi fino alla fine. Oggi la sezione finale è chiusa come pure l’ex ingresso numero tre. Però c’è un passaggio che porta alla galleria del secondo tunnel e avanti a quella del primo. Tutte le entrate sono state murate e chiuse. Oggi questa parte è del tutto vuota e come unico testimone del passato c’è un cunicolo per l’aerazione dal quale entra l’aria, ma con tanto di “tetto” chiuso a prova di bombardamenti.
Interessante che in queste gallerie praticamente non abbiamo visto scritte di alcun tipo. Al contrario dei rifugi fiumani che ne sono ricche, qui troviamo solo alcune e con un ordine del tutto particolare: vietato sputare. Ed è abbastanza logico visto i problemi di salute che c’erano durante la guerra e come si vede facilmente i pochi posti per l’igiene nell’intero complesso.
Arrivati fino in fondo non ci resta che tornare indietro e vivere ancora un po’ questo complesso. Un vero museo che oggi viene giustamente chiamato in una versione quasi tedesca Kleine Berlin, piccola Berlino. La temperatura è di circa 15 gradi e per cui visitarlo in qualsiasi stagione è salutare. Però per visitarlo come si deve servono due orette e soprattutto con delle ottime guide del CAT si può capire il tutto anche da perfetti laici di questioni belliche, ma pure di storia.

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Pubblicato su Panorama il 15 marzo 2019.

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L'anno 2018 ha celebrato il secolo della fine della Prima guerra mondiale. Una guerra ormai quasi dimenticata e relegata ai libri di storia e foto d’epoca ingiallite. Pur non facendoci caso perché nel tempo così lontana da noi, i “resti” della cosiddetta Grande Guerra sono “visibili” ancora oggi in tanti posti. Resta impressa nelle memorie perché fu un conflitto con tantissime vittime, una guerra in cui si combatteva soprattutto corpo a corpo con le armi costrette ad un ruolo secondario perché tecnologicamente non all’avanguardia rispetto alle odierne, anzi in un tale contesto potremmo definirle “primitive”.

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«È Bosut che vi chiama. Il Paese è sotto attacco. Niroč, Herceg, Malina, Srdoč, Bosna, Lazina e Ljuboten, rispondete. Andate quanto prima verso gli aeroporti di Malina e Kristal. Stesso ordine per Ravan, Labud, Velebit, Istok, Ravanka... Una volta arrivati a Malina o Kristal verrete trasferiti quanto prima verso Istanbul». È questo lo scenario previsto all'epoca dal governo di Tito in caso di attacco militare verso l'ex Jugoslavia.

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La storia ci sta tutt’intorno, ci avvolge quotidianamente, ma il più delle volte ci sfugge. Quella importante e maestosa, come i palazzi, certamente attira la nostra attenzione, però ci sono tanti frammenti di storia che sono sotto i nostri occhi, ma non ci facciamo caso. A Fiume esistono ancora numerosi tombini risalenti all’epoca italiana, ma anche numerose insegne di idranti, oppure tabelle o targhe “speciali”, dato che si tratta di numeri civici.

Le insegne con i nomi delle vie di una volta sono presenti a Fiume in diversi rioni e, grazie in primis ai proprietari delle abitazioni, hanno resistito a tutti i cambi di regime.
Oggi, a più di 70 anni dal periodo italiano, a Fiume resistono più di 50 numeri civici. La maggior parte delle tabelle sono installate sulle facciate o sui cancelli di case private, spesso anche un po’ nascoste. Però ci sono anche quelle in bella mostra sugli edifici plurifamiliari.
La nostra passeggiata virtuale alla ricerca dei vecchi numeri civici inizia così dal rione di Cantrida, ex Borgomarina, dove troviamo l’indicazione di via Albona 4 (oggi si chiama sempre così, ma con la dicitura in croato). Andando avanti verso il centro città ci soffermiamo nell’ex via Robert Whitehead (oggi Jože Vlahović) dove ci sono, per la verità un po’ celati, i civici 24 e 26. Poco più avanti, sopra la scuola elementare San Nicolò, eccone ben quattro e per di più su condomini multipiano. All’epoca era via Enrico Toti. Poco più avanti in via della Brazza ne troviamo altri quattro: 1, 5, 12 e 16. Arriviamo fino alla casa della stampa e risaliamo verso le Case Operaie ROMSA, tutte edificate nel 1938 e che ancora oggi portano le vecchie insegne. Continuiamo per la nostra strada e arriviamo in via Montenero, oggi via Buccari. Andando verso est, fino all’attuale via F.lli Branchetta, troviamo ben cinque targhe. Vicino ci sono i numeri per le vie Pasubio (oggi Kraška) e Natale Prandi (Franjo Kresnik), altra zona dunque ricca di ex numeri civici.
Proseguiamo il nostro cammino nel rione di Belvedere, in quello che è un’autentica “miniera” di numeri civici. Sono ben visibili, come ad esempio quelli delle ex vie Giuseppe Bardarini, Giuseppe Cimiotti, Salita dell’Aquila e via Nicolò Host (oggi France Prešeren).
Nella nostra passeggiata scendiamo infine verso il centro cittadino ed ecco via Padova 2 (oggi via dello Studente). Scendendo in pieno centro cittadino trovare qualche vecchio numero civico diventa quasi un miracolo. Numerosi sono stati i cambiamenti e pochissimo si è salvato. In via dell’Acquedotto invece se ne trovano parecchi, mentre in Cittavecchia ecco quello di via Giovanni Simonetti 4.
Oggi queste tabelle del passato si possono facilmente distinguere, in quanto sono completamente diverse rispetto a quelle attuali e di due tipi: sfondo bianco con numero e cornice nera o l’inverso. Negli anni alcune hanno anche cambiato colore “grazie” ai proprietari.
Insomma, quando siamo in giro per la città, magari sarebbe il caso di aguzzare la vista e guardare con un po’ più di attenzione in giro: chissà quanti altri numeri civici e quante insigne storiche si potrebbero scoprire...

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Pubblicato sul La voce del popolo il 25 gennaio 2019.

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La Città di Castua ha promosso un’interessante mostra sui confini che hanno segnato la prima parte del XX secolo in questa particolare zona “di passaggio”. Il percorso espositivo, basato soprattutto su immagini fotografiche, cartine, tanti documenti ed altri cimeli, ripercorre l’evoluzione dei confini della cittadina che negli anni si è sviluppata molto arrivando ad abbracciare via via un territorio sempre più vasto. Oggi potrebbe essere difficile ai più immaginare che Castua, agli inizi del Novecento, arrivava fino a sud fino Volosca e comprendeva anche Preluca, mentre a est si protraeva fino a Zamet, senza poi contare tutto l’entroterra. Era dunque un circondario di proporzioni relativamente vaste, che appare quasi “enorme” soprattutto se confrontato a quello attuale.

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Uno dei più importanti impianti militari nell’ex Jugoslavia fu quello dell’aeroporto militare sotterraneo di Željava costruito nel ventre del monte Plješivica al confine fra Croazia e Bosnia-Erzgovina e facente parte delle Alpi Dinariche. Realizzato dall’aviazione dell’Apj (Armata popolare jugoslava) in grande segreto oggi risulta praticamente abbandonato. Nonostante questo, visitarlo è tutt’altro che facile. Già arrivare è un’impresa probante. Per chi parte da Fiume bisogna viaggiare lungo la costa fino a Segna e poi svoltare nell’entroterra verso il passo Vratnik e Otočac proseguendo fino a Korenica. Poi si devia verso i laghi di Plitivice e infine poco prima dell’entrata nel Parco nazionale l’ultima svolta, quella verso il Ličko Petrovo selo. È in questa frazione del tragitto che si possono notare gli effetti della guerra degli Anni ‘90 e cosa ha causato per questa regione il nuovo confine. Ancora oggi gran parte delle case di Ličko Petrovo selo sono abbandonate, pochissim i residenti. Il peggio arriva proseguendo verso Željava. Quasi costantemente oltre alle case distrutte e abbandonate, dove regna la natura, ci sono ogni tanto le insegne che avvertono dei campi minati esistenti “pericolo mine“. Interessante osservare lungo il tragitto presso le poche case ancora abitate una specie di ex Jugoslavia in piccolo: macchine e camion con targhe di Zagabria, Ragusa (Dubrovnik), le anonime bosniache e pure di Belgrado. Anche se non esiste nessuna insegna per raggiungere la base aerea arriviamo senza problemi all’entrata principale.

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Galeb, la nave della discordia. Da anni questa nave ricca di storia rimane attraccata nel porto di Fiume senza un reale futuro. Costruita nel 1938 a Genova negli anni ha avuto tanti ruoli e alterne fortune ed ha cambiato vari nomi. Comunque in queste terrre è nota sotto il nome di Galeb (o nave della pace, all’epoca dei “non allineati”). La sua storia in primo luogo è legata al maresciallo Tito che l’ha usata a lungo come nave da crociera.
Lunga ben 117 metri era proprio una nave che poteva offrire comfort e i lussi per l’epoca. Però ormai da anni la sua storia è sempre più nera. Infatti dopo essere stata acquistata da un armatore greco è finita nel cantiere navale Viktor Lenac a Fiume. Qui però ha accumulato solo debiti prima di venir acquistata dalla Città di Fiume. Oggi sul futuro di questa nave rimane un pesante alone di mistero.
Ha ospitato donne bellissime (fra le altre anche Sophia Loren e Liz Taylor) e, secondo documenti e alcune testimonianze, lontano da occhi indiscreti vi si sono tenuti a festini che qualcuno maliziosamente ha voluto paragonare ai più recenti berlusconiani “bunga bunga”. Difficile da capire allora perché la moglie di Josip Broz, Jovanka, non perdeva occasione per stare accanto al marito quando lui si “metteva al timone” della Galeb.
La nave oggi è praticamente impossibile da visitare. Negli ultimi anni è stata organizzata solo una mostra al suo interno ma poi è stata spostata nel Canal morto dove fa, per modo di dire, bella figura vista da lontano. Avvicinandosi sempre più, però, ad ogni metro che si passa si scopre la cruda e amara verità e da dietro la ringhiera si vede il suo lento e inesorabile degrado: la ruggine ormai la fa sempre di più da padrona.
Però una cosa è vederla da lontano, un’altra da vicino e poterla visitare. Quando si trovava al Viktor Lenac, salendoci, si poteva immaginare come fosse stata negli anni d’oro, c’erano tanti materiali, mappe ed altro. Sembrava essere propensa ad un ottimo futuro... da nave museo. Però con la lunga permanenza al cantiere ormeggiata nel bacino di ricovero il suo fascino è andato perdendosi tanto che la mostra di pochi anni fa ha dimostrato il suo declino tecnico-storico. Tante cose sono state spostate e le varie stanze hanno perso il proprio ruolo di ipotetici riferimenti storici.

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Durante la prima metà del secolo scorso la città di Fiume e le zone limitrofe sono state dei grandi cantieri. È stato costruito molto, dai palazzi, alle case, alle strade, ecc. È stato fatto tanto sopra la terra, ma è stato fatto tanto pure nel sottosuolo. Infatti, come risaputo, per diversi anni la città è stata zona di confine, da controllare, e proprio per questo negli anni sono stati costruiti tantissimi bunker e rifugi vari: in primo luogo nelle montagne attorno a Fiume, ma pure lungo la costa. Tra le più grandi costruzioni assolutamente a uso militare quelle fatte sui monti di Catarina, monte Lesco, Dorčići. Però si è pensato pure alla necessità di avere dei rifugi in pieno centro e questo già negli anni ’30, prima dell’ultimo conflitto mondiale. Zone difficili nelle quali, grazie agli ottimi piani e alla manodopera che giungeva in primo luogo dal sud d’Italia, sono stati realizzati molto in fretta e ancora oggi sono in ottimo stato.
La città di Fiume gestisce ben 58 di questi rifugi – compreso il tunnel che sarà aperto al pubblico, il più lungo e il più spazioso di tutti (si estende, infatti, su 1.700 metri quadrati di spazio), che dovrebbe essere utilizzato, oltre che per le passeggiate, anche per lo svolgimento di vari programmi e mostre, che sono ancora in via di progettazione e che rientrano nel progetto Fiume, Capitale europea della cultura 2020 (la Città di Fiume ha stanziato 300mila kune per la prima fase del progetto) –, che in parte sono pure affittati per usi vari. Altri invece sono chiusi e regolarmente viene seguita la manutenzione. Alcuni, in primis quelli in periferia, sono del tutto aperti e visitabili tutto l’anno. Ogni tanto leggiamo notizie di gallerie sotterranee che andrebbero dal centro di Fiume fino a Clana, o magari dal monte Catarina sotto la Fiumara fino a Tersatto. Però sono tutte leggende. Quello che è assolutamente vero e che ci sono tanti rifugi, anche grandi, pure nel centro del capoluogo del Quarnero.

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